MESSAGES FROM GAZA NOW – in Italiano

1. Terzo giorno di guerra (Third day of the war)

2.22 di notte

Cerco di dormire

Non so come, bombardamenti tutto il tempo, suoni di bombardamenti mescolati, suoni di bombardamenti lontani, suoni ancora più lontani, suoni non lontani ma neppure vicini, suoni vicini ma senza impatto sull’edificio, suoni molto vicini e l’edificio sta tremando, le finestre vogliono muoversi verso l’esterno, ma qualcosa, non so cosa, le tiene ferme. Forse con il prossimo bombardamento non rimarranno ferme e scoppieranno spezzandosi tutte in una volta, ma finora, non ancora.

Dopo tre giorni con la stessa atmosfera terrificante, insonne, gli occhi mi si chiudono. Eppure, la mia testa mi scuote per tenermi sveglio, senza mai sapere cosa succederà, senza mai sapere se il prossimo bombardamento ci colpirà, o ci costringerà a sfollare come le migliaia che hanno già lasciato le loro case.

Abbiamo preparato una borsa per la “fuga”, ma lo scenario dello sfollamento è un incubo. Con mia madre disabile di 83 anni in sedia a rotelle, il mio cane terrorizzato, ma naturalmente con mia moglie che rimane forte.

Ma non abbiamo ancora deciso dove sfollare. Dove andare? Le opzioni sono zero. Qualsiasi movimento verso altri membri della famiglia in altre città sarebbe già un tentativo di suicidio. Qui vicino, degli amici stanno già ospitando molti dei loro familiari. Forse rimanere dentro la macchina sarebbe un’opzione? Davvero non lo sappiamo.

Sì, ho iniziato cercando di addormentarmi. Ok, cerco di nuovo di dormire alle 2.22 di notte.

Penso di esserci riuscito. Alle 4.37 del mattino mia moglie Abeer chiamava il mio nome, ho sentito il mio nome come se venisse da una grande distanza, di nuovo Abeer sta chiamando il mio nome. “Cosa?” ho detto, tenendo ancora gli occhi chiusi.

“Stanno bussando alla porta”. Apro gli occhi, non vedo nulla, buio completo. Niente elettricità, nessun generatore di emergenza, nessuna luce debole in strada. Buio.

Ho detto: “Non sta bussando nessuno”. Lei ha detto: “Ascolta”. Ho ascoltato. Stavano bussando leggermente alla porta. Ho preso il mio cellulare, ho acceso la torcia del cellulare e mi sono avvicinato alla porta d’ingresso. Continuavano leggermente a bussare.

  • “Chi è?” 
  • “La madre di Saleh” (il nostro vicino del quinto piano)
  • (Senza aprire la porta) “Cosa c’è, Om Saleh?”
  • “È Salma, tua figlia in Libano, ha cercato di raggiungerti per ore e, non riuscendoci, ha chiamato mia nipote in Giordania, che mi ha chiamato, chiedendo di raggiungerti, è completamente in panico perché non rispondi”.
  • “Grazie, Om Saleh”.

Cerco di chiamare Salma, è impossibile, niente internet, niente telefoni cellulari dalle 11 di ieri notte quando l’aviazione israeliana ha bombardato l’azienda delle telecomunicazioni.

Salma, la nostra unica figlia, che è lontana da noi per la prima volta nella sua vita, è in Libano da un mese, per il suo master. Mi sento molto frustrato, devo trovare un modo per contattarla, rassicurarla, so che crollerà se non avrà notizie da noi, ha già pensato di lasciare il suo master e tornare da noi.

I bombardamenti continuano mentre ciò accade, il cane si attacca a me per paura, mia madre si sveglia chiedendo di andare in bagno. E sto cercando di pensare a cosa fare.

Cerco di chiamare Salma con il cellulare, tutte le chiamate falliscono. Sono sceso nel seminterrato dell’edificio dove si sono rifugiate almeno sei famiglie dei piani superiori.

Ho chiesto se c’è qualche alternativa per internet o la comunicazione, dicono: “no, nessuno di noi riesce a connettersi”.

Il custode dell’edificio ha detto: “Se esci dall’edificio, magari lì prende”.

Uscire?? Con questo buio? In strada? Mentre ci sono bombardamenti ogni singolo secondo e nessuno sa dove stanno accadendo e quali sono gli obiettivi?

Non mi ci è voluto nulla. Mi sono allontanato dall’edificio nella direzione indicata dal custode, cercando di chiamare, tentativo fallito, muovendomi ulteriormente e cercando di nuovo, fallito, muovendomi e tentando di nuovo, dopo almeno 17 volte, il cellulare ha squillato all’altro capo. Salma, sì, finalmente. Lei non ha detto nulla. È scoppiata in un pianto profondo, ho capito, potevo immaginare cosa avesse passato durante queste ore senza poterci raggiungere. L’ho lasciata piangere, volevo tanto piangere, non potevo, non dovevo.

“Come va Salma, stiamo bene, siamo vivi, sai che la comunicazione è interrotta”.

Non so davvero cosa abbia detto finché non si è calmata.

Poi è andata all’Università, e io sono tornato, per riflettere con Abeer: se sfollare o meno, ma andare dove????

Sono le 9:45 del mattino. Ho finito di scrivere questo post.

IL DESTINO DI ESSERE SOTTO QUESTA OCCUPAZIONE OSTILE NON MI LASCERÀ MAI.2. Sesto giorno di guerra (Sixth Day of the war)

2.22 di notte

Che coincidenza! 

Come mai alla stessa ora del terzo giorno?

Alle 2.22 di notte mia moglie Abeer mi sta svegliando. Sono andato a letto all’una e 45.

“Che succede?”

“Alzati e vieni a vedere questo”

“Cosa?”

Mi mostra un messaggio sul suo cellulare.

L’ICRC, (la Commissione Internazionale della Croce Rossa) ha mandato al suo staff un messaggio che chiede a tutti di sfollare dal nord di Gaza e da Gaza City verso l’area centrale di Gaza, perché l’esercito israeliano sta pianificando di distruggere il nord.

Ogni residente dei due comuni del nord deve andarsene tra l’alba e le due del pomeriggio.

Come? Due comuni, di cinque comuni, saranno completamente distrutti, e un milione e centomila persone devono andarsene verso il centro e il sud?

Il messaggio è arrivato con una cartina di Gaza che indica le zone da evacuare.

Per via dei bombardamenti continui, molte famiglie nel nostro edificio stanno passando la notte nel seminterrato, il palazzo ha sette piani e contiene 32 appartamenti.

Mi sono messo dei vestiti e sono sceso a vedere se qualcuno aveva ricevuto quel messaggio.

Nel seminterrato, sopra un grande tappeto e qualche materasso ci sono otto uomini e tredici 

maschietti. Dormono tutti.

Sveglio uno dei vicini. Comincio a parlare con lui del messaggio. Il resto degli uomini si sveglia, qualcuno comincia a telefonare, e dopo qualche minuto il messaggio è confermato da molte persone. Lo staff dell’ONU ha ricevuto quello stesso messaggio.

Che fare?

Per più di 30 minuti tutti tornano nei loro appartamenti, poi ritornano nel seminterrato, arrivano altri vicini, e una domanda rimane sospesa nell’aria, senza risposta: che cosa avete deciso?

Sono le 5.30 di mattina, è ancora buio, ancora nessuna luce del giorno.

Sono tornato in casa per consultarmi con Abeer. Lei lavora per un’organizzazione umanitaria internazionale, Humanity and Inclusion, Umanità e Inclusione. Ha già ricevuto lo stesso messaggio dalla sua ONG.

Dove andare? La seconda domanda rimane sospesa nell’aria senza risposta, che fare con la mia vecchia madre che è immobilizzata? E il nostro cane? E la nostra casa? Cosa succederà alla nostra casa? Abbiamo speso 25 anni delle nostre vite lavorando come cani per risparmiare abbastanza da avere una casa nostra.

Dalle 2.22 di notte fino alle 6.30 del mattino non siamo riusciti a ragionare in modo coerente.

Non ci fidiamo degli israeliani, fanno dei massacri, ne hanno già fatti, molti, ne siamo stati testimoni. Non possiamo rischiare di rimanere qui.

Le borse “da sfollati” le avevamo già preparate dal primo giorno di guerra a Gaza. Decidiamo di andare nella zona centrale, al campo Nuseirat per rifugiarci dalla famiglia di Abeera. La famiglia di Abeer sta già ospitando la famiglia di sua sorella (due ragazze, padre e madre).

6.45 di mattina, mentre riempio l’auto con altra roba che potrebbe servirci ci sta chiamando Salma, nostra figlia che studia in Libano per un Master. Ha saputo le notizie, era in preda al panico, piangeva. Abbiamo cercato di calmarla, nessuna parola avrebbe potuto calmare chiunque, in questa situazione, finalmente ha capito che eravamo ancora vivi e che partiamo.

Salma sta studiando per un diploma in Diritti Umani e Democrazia, studia IHL e IHRL (abbreviazioni maestose per significati molto profondi), IHRL significa Leggi Internazionali sui Diritti Umani, IHL è Leggi Umanitarie Internazionali.

Leggi che possono portare qualunque criminale che abbia perpetrato atti contro l’umanità a essere incriminato dalla Corte Criminale Internazionale.

Eppure, queste parolone non si usano per tutti. Si possono usare per Paesi deboli, piccoli, ma mai per Paesi dell’Occidente, e sicuramente non saranno mai usate per Israele, qualunque cosa faccia.

L’occupazione militare di altre nazioni è già un crimine contro l’umanità, ma che Israele stia occupando la Palestina da decenni non è mai stato messo in discussione come tale.

Israele ha perpetrato più di cinque guerre contro Gaza, uccidendo migliaia di persone, uomini, donne, bambini, distruggendo case, condominii, scuole, ospedali, e non è mai stato considerato responsabile.

Ora e oggi Israele sta praticando un genocidio e una pulizia etnica su un milione e centomila persone, privandole delle loro case sicure per affrontare l’ignoto, e tuttavia il mondo rimane a guardare, e per di più sta giustificando quel che Israele fa.

Ci sono più di 2.500 persone uccise, inclusi almeno 800 bambini e 400 donne, ci sono più di 8.000 persone ferite, e migliaia di abitazioni civili e altri edifici sono stati distrutti. E tuttavia le mani di Israele sono libere di penetrare ancora più profondamente nel nostro sangue.

55 anni ho vissuto su questa terra e non sono stato testimone di nient’altro che violenza, prigionia, morte, sangue, bombe, bombardamenti aerei, embarghi, restrizione di movimenti, nessuna speranza, nessuna sicurezza, e perché? Perché tutto questo? Perché accidentalmente, geograficamente sono nato a Gaza. Che peccato è? Che accusa è? Nato a Gaza, bollato come terrorista dagli Israeliani dal mio primo respiro, con la luce verde dall’Occidente perché facessero di noi quel che volevano.

6.55 di mattina, suona il cellulare, è il figlio di un amico la cui casa è stata molto danneggiata due giorni fa dopo che hanno bombardato un edificio vicino.

Rispondo alla chiamata: “Sì, Yousif, dimmi”.

Yousif: “Dobbiamo partire ora per Khan Younis. Siccome casa nostra è danneggiata, siamo andati nella ONG dove lavora mio padre. E ora ho troppa gente da spostare a Khan Younis. Hai posto in macchina per due o tre persone?”

So che gran parte della famiglia di Yousif è arrivata a casa sua da Khozaa – un villaggio a est di Khan Younis che è stato pesantemente bombardato nei primi due giorni di guerra.

Non potevo dare altra risposta che sì. 

Ho parlato con Abeer, che aveva già riempito metà del sedile posteriore con la roba da portarci dietro, ma non possiamo lasciare la famiglia del mio amico senza aiuto, cominciamo a riorganizzare le nostre cose in ordine di priorità, e riportiamo metà della roba in casa.

7.25 di mattina, ci muoviamo verso la casa del mio amico, con la mia vecchia madre sul sedile anteriore e Abeer col cane su quello dietro, dopo aver liberato lo spazio per altre due persone.

La famiglia del mio amico stava ancora facendo i bagagli, sono 25 persone in due auto grandi, si stringono come possono nelle vetture. Abbiamo preso con noi un’altra vecchia signora e un giovane.

Grande frastuono di bombardamenti, non lontano ma non sappiamo dove.

Prima di partire, dobbiamo decidere che strada prendere: quale sarà la più sicura?

Gaza, 42 km di lunghezza e da 6 a 12 di larghezza, è connessa da nord a sud soltanto da due strade principali, quella lungo il mare che è esposta ai bombardamenti navali israeliani, e la strada Salahaddeen che è esposta ai bombardamenti dell’aeronautica e dell’artiglieria da est.

Non c’è molto tempo per fare grandi ragionamenti, le chances che siano sicure sono 50 a 50.

Cominciamo a guidare, la strada lungo il mare è vuota, poche auto la percorrono, alcuni guidano con riluttanza, altri vanno molto veloci. Di quando in quando vediamo edifici distrutti lungo questa strada del mare, con le macerie che bloccano la strada e più di una volta dobbiamo girarci intorno.

Guardando il mare, con le navi della Marina all’orizzonte, e le vecchie signore che pregano a voce alta, Abeer che cerca di parlare con loro per tenerle calme, e il cane intanto che è assolutamente silenzioso, come se sapesse che c’è qualcosa che non va.

Rumore di bombardamenti

Il nostro piano era di fermarci nell’area centrale, a soli 14 km, ma non possiamo lasciare i nostri amici, continuiamo a proseguire con loro fino a Khan Younis – 32 km. Arriviamo sani e salvi. Ci chiedono di rimanere con loro e di non tornare indietro perché potrebbe essere molto pericoloso. Era un’opzione, ma non c’era abbastanza posto, abbiamo chiesto in giro se fosse possibile noleggiare un appartamento, ma era troppo tardi – migliaia di famiglie arrivate prima di noi dalla parte orientale di Khan Younis e da molti altri posti avevano riempito ogni angolo di Khan Younis, incluse scuole, club sportivi, sale per matrimoni, ristoranti, sedi di ONG, qualunque spazio vuoto era pieno di nuovi rifugiati. Un’altra diaspora di palestinesi, un’altra migrazione, un’altra catastrofe.

Rumore di bombardamenti da diverse direzioni.

Mia madre sta piangendo dal dolore, è nell’auto da un’ora e mezza, il suo corpo non riesce più a 

sopportarlo.

Iniziamo il viaggio di ritorno al campo di Nuseirat, dove vive la famiglia di mia moglie.

Andiamo verso nord e ora ci sono molte più auto che si muovono da nord a sud, auto piene di gente e di roba, e quasi ogni auto ha dei materassi legati sul tetto. Alcuni materassi e coperte volavano giù e a volte li vedevamo sparsi qua e là sulla strada.

Rumore di bombardamenti tutto il tempo.

9.42 di mattina, arriviamo a Nuseirat.

Ognuno comincia a svuotare la macchina, il cibo che avevamo preso dal nostro frigorifero l’abbiamo dovuto buttare via, carne e pollame erano marci, l’elettricità era stata tagliata da due giorni.

“Avete abbastanza gas per cuocere?” chiedo, sapendo che forse non ce n’era. “Ne abbiamo un po’”. “Avete abbastanza materassi?” “Ne abbiamo qualcuno”. “Avete acqua da bere a sufficienza”? “Ne abbiamo un po’”.

Il rumore dei bombardamenti non si ferma.

Quando la macchina è vuota, comincio a guidare, Abeer sta gridando “Cosa stai facendo? Dove vai?”

“Torno a casa a Gaza a prendere quello che abbiamo riportato in casa. Non possiamo sopravvivere senza” ho risposto e ho continuato a guidare ignorando le sue grida di obiezione.

Sapevo che tornare a Gaza poteva essere un tentativo suicida, gli israeliani vogliono che ci muoviamo verso sud, fuori da Gaza, non verso nord, tornando a Gaza.

In meno di 12 minuti ero a casa, credo di aver guidato a 140 all’ora, non per coraggio ma per paura.

Ho riempito l’auto con tutto ciò con cui sono riuscito a riempirla, bottiglie d’acqua, materassi, coperte, due bombole di gas da cucina da 12 chili l’una, e persino i biscotti che erano davanti a me, credo senza volere, o pensando ai bambini che erano là.

Mentre scrivo, rumore di bombardamenti e di droni, tutto il tempo.

Ora è il secondo giorno a casa di mio suocero

Non so che fare, cerco di chiamare mia figlia in Libano di quando in quando, non c’è internet, non c’è l’elettricità, l’acqua sta scemando, forse durerà per i prossimi tre giorni usandola in modo razionato.

 

4. Giorno 9 (Day 9)

9:52 di sera

Sul materasso, da solo al buio, alla luce del cellulare, col rischio di finire la batteria, nella speranza di riuscire a scrivere sul foglio quello che ho in testa, ecco, adesso sto riscrivendo quello che avevo già scritto sul foglio, perché ieri sono riuscito a caricare un po’ della batteria del computer alla vicina moschea che ha un pannello solare. 

Siedo sul materasso cercando di ricordare cos’è successo in questo giorno strano.

Qualche bombardamento, e l’incessante rumore del drone sopra la mia testa.

Alle 10 sono andato al mercato di Nuseirat.

Il campo profughi di Nuseirat è al centro della Striscia di Gaza, dove mi sono rifugiato con mia moglie e mia madre, ottantatreenne e disabile, dopo aver lasciato la nostra casa di Gaza City, cercando un incerto riparo nella casa di famiglia di mia moglie.

Il campo ha una strada principale che la taglia al centro da Salahaddeen Road fino al lungomare.

Il mercato principale, situato a metà di questa strada, è lungo circa 200 metri. Su entrambi i lati ci sono negozi, alimentari, supermercati, fruttivendoli, carne, pollo, prodotti domestici, negozi di vestiti, articoli di seconda mano. C’è tutto in questo mercato.

Il campo di Nuseirat ha 35.000 abitanti. Improvvisamente, nel giro di due giorni, ha accolto più di 100.000 persone che sono scappate dal nord e da Gaza City cercando riparo e sicurezza. La maggior parte si sono rifugiati nelle 13 scuole del campo, senza niente, se non quel poco che sono riusciti a portare con sé. Nessun supporto vitale, cibo, acqua, letti, coperte, materassi, tappeti. Niente. Nella speranza che UNRWA e le ONG internazionali si occupassero delle loro necessità primarie.

Conosco il campo di Nuseirat, è sempre affollato. C’è solo questa strada, lunga 200 metri e larga 20.

Arrivo al mercato alle 10:20 del mattino. Sono solo 5 minuti in macchina dalla casa dei miei 

suoceri.

Cosa vedo? Questo non è il mercato che conosco! Migliaia e migliaia di persone ovunque. Uomini, donne, bambine e bambini, anziani, madri con i loro figli, gente di tutte le età. Che va avanti e indietro, su e giù per la strada, che entra ed esce dai negozi su entrambi i lati della strada nel tentativo di acquistare del pane o altri beni di prima necessità.

Osservando i volti delle persone, mi accorgo di qualcosa di strano, non normale. I volti sono tutti cupi, gli uomini tengono la testa bassa, si capisce subito che sono distrutti, deboli, sconfitti, incapaci di provvedere all’incolumità dei propri figli – la prima cosa che ogni padre vorrebbe garantire alla sua famiglia. Camminando tra la gente si percepisce la paura, il panico, la disperazione; si sente l’oscurità attraverso cui si muovono anche se è giorno – è mattino, ma sembra buio, un buio che si è fatto materia, che si può toccare con mano.

Tutti si muovono velocemente, si potrebbe pensare che si stiano affrettando per comprare cibo o provviste. Ma guardando più da vicino ci si rende conto che vanno di fretta per nascondere la propria vergogna e la propria paura. Una vergogna che non hanno il diritto di provare, ma che provano lo stesso. Vogliono nascondere la loro impotenza, le loro ansie, le loro paure, rabbia e frustrazione.

È il giorno del giudizio.

Hanno lasciato la propria casa senza sapere se vi potranno mai ritornare. Le storie dei loro padri e dei loro nonni che parlavano dell’espulsione e delle migrazioni imposte nel 1948 e nel 1967 risuonano nella loro testa. Durante quel genocidio, i palestinesi hanno perso le loro case, le loro terre, e molti anche la vita. Ora vivono nel terrore che questo sia un nuovo genocidio. È forse questo il nostro destino di palestinesi? Ogni tot, ci tocca di subire un nuovo genocidio???

Cerco di calmarmi. Perché ero venuto al mercato? Ah sì, devo comprare del pane e qualcosa da mangiare. Dal panettiere c’è una fila di più di cento persone, ci vorranno ora per prendere il pane. Chiedo a mio cognato di mettersi in fila e vado al supermercato per fare il resto della spesa. 

Il fragore di un bombardamento non lontano, molto forte. Ogni singola persona nel mercato, incluso me, rimane immobile per un istante, come se qualcuno avesse schiacciato il tasto pausa su un telecomando, per poi schiacciarlo di nuovo. La gente ricomincia a fare quello che stava facendo, nessuno si ferma per vedere dove sia il bombardamento, visto che c’è un bombardamento ogni 5 minuti. Centinaia di bombardamenti tutti i giorni, dappertutto, storie di case crollate in testa ai loro abitanti.

Siamo isolati dal mondo, senza internet, radio, TV, notizie. Siamo noi la notizia, ma non sappiamo niente di quello che succede. Abbiamo solo dei cellulari che si connettono con molta difficoltà dopo molti tentativi. Nessuno riesce a rimanere aggiornato su cosa stia succedendo.

Mentre faccio la spesa, mi suona il telefonino. È mia moglie Abeer che urla:

“Torna subito a casa, nostra figlia Salma ha avuto un attacco di panico, non smette di piangere”.

Salma, la nostra unica figlia, è in Libano.

Sono corso a casa con mio cognato senza riuscire a prendere il pane.

Sulla strada del ritorno abbiamo visto un’ambulanza e delle persone vicino ad una casa distrutta, vicino al cimitero che è a metà strada tra casa nostra e il mercato, a 300 metri da entrambi.

Due corpi coperti giacevano sul ciglio della strada mentre dei paramedici stavano portando un altro corpo, deponendolo vicino agli altri due. 

Arriviamo.

“Cosa è successo?” ho chiesto.

Abeer mi risponde: “Salma ha sentito al telegiornale in Libano che c’è stato un bombardamento vicino al cimitero, e sa che casa nostra non è lontana, è andata in panico, ha pensato che potessimo essere stati colpiti”.

Ho chiamato Salma. Dopo aver provato almeno tredici volte a prendere la linea, finalmente Salma 

mi ha risposto. 

“Mia figlia adorata, stiamo bene, era lontano da qui”.

Ci ho messo 5 minuti a calmarla.

Io ed Abeer siamo a Nuseirat. Il cimitero era a 300 metri da lei e 300 metri da me, eppure nessuno dei due sapeva cosa vi fosse successo. Mia figlia a 270 km di distanza, in Libano, ha saputo quello che era successo prima di noi. Noi siamo all’oscuro di tutto.

Bene, per stanotte è abbastanza. La batteria del cellulare sta finendo e la schiena mi fa troppo male.6. Di nuovo al mercato (In the market again)

Giovedì 19 ottobre 2023

Alle 9 del mattino, mi sto dirigendo verso la clinica UNRWA con mia moglie per coordinare e distribuire gli ausili disponibili, i kit di dignità per le donne, le stampelle e le sedie a rotelle per le persone che abbiamo identificato ieri nelle quattro scuole-rifugio.

Arrivati al mercato, nessun giorno assomiglia a un altro, ogni giorno è diverso.

Nel mercato c’è una folla enorme. Le persone sono le stesse, facce cupe, teste abbassate. Alcuni cambiamenti sono avvenuti. Le persone non hanno più fretta. Le persone camminano come zombie. Le persone camminano come se non avessero uno scopo. 

Mentre cammino come tutti gli altri, un uomo mi sbatte addosso. I miei occhiali da lettura, che tengo al petto attaccati alla mia camicia, cadono a terra e si rompono. L’uomo continua a camminare senza dire niente, senza nemmeno guardarsi indietro per vedere chi ha urtato.

Il mio piano era quello di arrivare alla clinica UNRWA, lasciare Abeer lì e andare a fare la spesa. Ora devo metterci anche gli occhiali da lettura sulla lista da spesa. Come posso leggere o scrivere senza?

In ogni caso, un altro articolo da comprare oggi oltre al pane e alle verdure, forse un pollo se ne trovo uno. Nessuna frutta di alcun tipo al mercato.

Martedì alle 4:30 del mattino, l’aviazione israeliana ha colpito una delle uniche due panetterie nel campo. Nove persone sono morte nel bombardamento, i lavoratori stavano lavorando e preparando il più pane possibile.

La fila d’attesa davanti alla panetteria è diventata lunga il doppio. C’erano alcune centinaia di persone, 50 metri lungo il lato della strada. Ora le persone in fila non si possono neppure contare.

Dimenticati il pane. Ci vorrà mezza giornata per avere abbastanza pane per un giorno. Non è possibile acquistare la quantità desiderata, sono ammesse soltanto quantità limitate in modo che tutti ne possano avere un po’.

Cosa fare? Comprerò farina per il pane e cucinerò a casa. Ma come? Nello stesso modo in cui facevano i nostri nonni 80 anni fa nella nostra terra d’origine ad Almajdal (divenuta ora una città israeliana chiamata Ashkelon). Su un fuoco!

Per fortuna i miei suoceri vivono in una zona semi-rurale. Possiamo trovare legna per il fuoco. Non so quanto durerà, ma pianifichiamo giorno per giorno.

Sono andato in tutti i supermercati e negozi di alimentari cercando farina per il pane. Non c’è niente. Nulla di nulla.

Sono trascorse alcune ore e vedo un uomo che porta un sacco da 30 chili di farina per il pane. Gli chiedo dove l’ha presa.

“Supermercato Albaba!”

“Dove si trova?”

“Nel campo di Bureij!”

Il campo di Bureij è anche nella zona centrale della Striscia di Gaza. Si trova sul lato est della strada di Salahaddeen, mentre Nuseirat è sul lato ovest, adiacente al mare.

Che dilemma?!! Andare verso e lungo la strada di Salahaddeen non è affatto sicuro. Ma non c’è scelta. Sono andato direttamente a Bureij. Il supermercato era in mezzo al campo. Per fortuna c’era ancora farina per il pane. Ne ho comprati 30 chili. L’uomo si rifiuta di vendermene di più, dicendo che anche altre persone ne hanno bisogno – “Ho i miei clienti e non voglio deluderli se vengono a comprare”. Giusto!

Tornato alla clinica UNRWA. Abeer e sua sorella, che ha deciso di fare volontariato con lei, e alcuni altri colleghi erano lì dopo una lunga giornata nei rifugi. Erano stanchi, esausti, era ovvio.

Ho chiesto: “Avete mangiato o bevuto qualcosa?”

Hanno detto di no.

Sono andato al negozio di alimentari vicino e ho comprato succo e biscotti. Avevo molta fame e sete anch’io. Mentre tornavo a piedi, ho tirato fuori un biscotto e ho iniziato a mangiarlo quando ho visto un bambino seduto sul marciapiede che mi guardava. Sembrava povero, coi vestiti sporchi, scalzo. Ho preso un biscotto e gliel’ho offerto. All’inizio non voleva prenderlo, ma ho insistito e l’ha preso.

Decido di non farlo mai più; intendo dire mangiare biscotti per strada.8. Amici (Friends) 

Ho chiamato un amico oggi. Si è trasferito dalla città di Gaza a Rafah con la sua famiglia. Rafah è l’ultima località nella Striscia di Gaza prima di arrivare al confine con l’Egitto.

“Come stai?”

“Sto bene.”

“La famiglia?”

“Stiamo tutti bene.”

“Dove sei?”

“In una scuola a Tel Elsultan a Rafah.”

“Perché in una scuola? Posso trovarti un appartamento. Un mio amico a Rafah si è offerto di ospitare me e la mia famiglia. Sarà felice di ospitarti.”

“No. No grazie, sto bene qui.”

“Di cosa stai parlando? So come sono le condizioni nelle scuole.”

“Non preoccuparti. Sto bene qui. Molti amici mi hanno offerto appartamenti, ma resto qui nella scuola.”

“Va bene, amico mio, come desideri. Stai al sicuro.”

Fine della chiamata.

Che uomo testardo! Rifiuta l’aiuto. Un giorno il suo orgoglio lo ucciderà!

Aspetta. Perché giudicarlo? Migliaia di case sono state bombardate senza preavviso. Forse aveva paura di andare in una casa che non conosce. Forse credeva che fosse più al sicuro nel rifugio-scuola.

Queste scuole sono state designate come rifugi di emergenza dall’UNRWA e dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’ONU in coordinamento con gli israeliani anni fa dopo la guerra del 2014. Dovrebbero essere protette.

Eppure, a Khan Younis, tre giorni fa, c’è stato un bombardamento alla porta di una di queste scuole-rifugio e cinque persone sono state uccise, ventidue ferite. Cinque giorni fa, un’altra scuola-rifugio nel campo profughi di Maghazi è stata bombardata e tre persone sono state uccise.

Comunque, ognuno cerca di sopravvivere nel modo che ritiene migliore.

Ho chiamato un altro amico, Majed, che si è trasferito anche lui dal nord di Gaza a Khan Younis in un altro rifugio-scuola.

“Come stai?”

“Sto bene!”

“Come è la situazione nella scuola?”

“Non sono più lì. Sono tornato a casa mia a Gaza.”

“Che?! Ma è pericoloso.”

“Non importa. È molto meglio che rimanere in quella scuola. 4000 persone in uno spazio molto ristretto, donne e bambini stipati in 22 stanze. Gli uomini sono per terra nel cortile anteriore della scuola, file d’attesa per usare il bagno molto sporco, niente acqua, niente cibo, niente elettricità, nessuna luce di notte, nessuna privacy, molta tensione, persone che litigano e discutono per qualsiasi cosa. Non posso tollerare questa vita. Eccomi qui a casa mia e non vado da nessuna parte. Se sopravvivo, sopravvivo. Se muoio, che sia con un po’ di dignità.”

Non ho potuto dire nient’altro che:

“Stai bene, amico mio, stai al sicuro, spero di vederti presto.”

Era indignato mentre parlava, posso capire.

Un altro amico, Jaber, è andato in Egitto due giorni prima della guerra. Non poteva tornare indietro perché il confine con l’Egitto è chiuso.

La sua famiglia allargata si è trasferita dall’est di Khan Younis per rifugiarsi a casa sua a Gaza il secondo giorno di guerra. Un piccolo appartamento con 32 persone: vecchie madri, donne, giovani e bambini piccoli.

Il terzo giorno c’è stato un bombardamento di una casa, dall’altro lato della strada larga 20 metri fuori dalla sua casa, mentre la sua famiglia era dentro. Tutto il fronte della casa è stato completamente distrutto. Come per miracolo, nessuno dei suoi familiari è morto o è rimasto ferito. Non riesco a capire o immaginare cosa possa provare o pensare. Qualcuno di voi ne sarebbe capace?10. Buddy

Il mio cane, Buddy, è un cagnolino bianco adorabile, la maggior parte del tempo gioca e salta in giro, abbaia con la sua voce dolce, insegue i gatti di strada se osano entrare in casa. È un cane coraggioso. Ma non quando ci sono bombardamenti, non ha coraggio, per niente, non è un codardo, ma ha paura dei bombardamenti, chi non ce l’ha??

È sempre in grado di sentire i bombardamenti qualche momento prima di noi, corre verso di me o Abeer e si nasconde dietro di noi, e se ci stendiamo sul letto di notte salta sopra le nostre teste e circonda la mia testa o quella di Abeer con il suo corpo e inizia a tremare e a respirare velocemente come se avesse corso per ore. Nulla può calmarlo, il suo corpo diventa molto teso, non è facile spostarlo dalla mia testa. Mi sento impotente, non so cosa fare per liberarlo dalla sua paura.

Buddy, come centinaia di migliaia di bambini a Gaza che hanno paura, sono in preda al panico, incapaci di esprimere i loro sentimenti, e nessuno è in grado di aiutarli o di alleviare la loro paura. Anche i loro genitori sono impotenti, perché provano paura e panico anche loro. Ci sarà mai una fine a questo incubo????11. 22 ottobre 2023 (22nd October 2023)

Dopo una notte terrificante e spaventosa di bombardamenti ed esplosioni tutto intorno a noi, senza mai sapere dove o quando potrebbero colpirci, ho dovuto concentrarmi su mia madre.

Mia madre di 83 anni, costretta a letto, ha una lacerazione di 12 centimetri all’interno dello stomaco. Prende granuli di Nexium due volte al giorno prima di mangiare, per proteggere il suo stomaco da se stesso. Non sempre funziona. Una volta ogni 2-3 mesi inizia ad avere forti dolori e conati di vomito, continui e dolorosi. Quando succede, smette di mangiare e bere qualsiasi cosa, persino l’acqua, perché tutto ciò che entra nel suo stomaco viene immediatamente rigettato dolorosamente. A volte si ferma da solo dopo due o tre giorni, a volte peggiora quando l’esofago si ernia a causa dei conati di vomito e inizia a sanguinare nello stomaco, poi vomita liquido marrone scuro: è un sanguinamento interno. È un segnale di allarme, indica che deve essere portata in ospedale. Per esperienza so come procedere, le somministrano polvere di Nexium mescolata con soluzione salina per via endovenosa.

Deve andare in ospedale!

Quale ospedale? Quale? Uno di quelli che sono stati completamente distrutti? Uno di quelli che ricevono centinaia di feriti tutto il tempo? Chi avrà tempo per una anziana con un problema allo stomaco mentre ce ne sono centinaia che hanno bisogno di interventi d’emergenza?

Ho deciso di andare al mercato e all’Unità di Assistenza Sanitaria Primaria dell’UNRWA per cercare gli articoli di cui ho bisogno per eseguire la procedura qui a casa. Nexium in polvere, soluzione salina, cannula, siringa, alcool e medicazione.

Camminando da casa al mercato, tracce dei bombardamenti della scorsa notte su entrambi i lati della strada, case e edifici completamente danneggiati, distrutti, sopra le teste dei residenti. Nessun preavviso. Una vera e propria carneficina.

Passando per un uliveto, poveri ulivi, è la stagione della coltivazione, nessuno coltiverà gli ulivi quest’anno, le olive cadranno a terra, si seccheranno e marciranno, gli alberi di ulivo si seccheranno e tutti i rami cadranno e saranno dispersi dal vento d’autunno, gli uccelli e le colombe non troveranno rami di ulivo per costruire i loro nidi per le future generazioni.

Bombardamenti molto vicini, dietro l’uliveto. Sentito il bombardamento, il suono è molto forte, un’onda di vento caldo mi passa sopra, mi sposta da dove sono. Mi fermo e mi avvicino alla recinzione dell’uliveto. Dopo pochi minuti sento urlare, la gente piange e grida. Mi muovo velocemente, oltre l’uliveto e sul lato destro di una strada stretta. Alla fine della strada, una casa bombardata, la gente tira fuori i corpi dalle macerie, una piccola auto mi passa accanto molto veloce, il conducente sta suonando il clacson dell’auto, passando vicino a me ho visto, per un solo momento, una donna sul sedile posteriore che tiene in braccio una bambina ferita, una ragazza di forse 7 o 9 anni, è stato molto veloce, non potevo sapere che tipo di lesione avesse o l’età esatta della ragazza. Ma ho visto sangue e polvere su tutto il suo corpo.

È troppo, ne ho avuto abbastanza, non posso continuare più a lungo, 55 anni pieni di violenza, sangue, morte, agonia, sfollamento, povertà, tristezza. Impotenza, disperazione, non posso più sopportarlo, non ho più forza per sopportare una situazione del genere, no, non ne ho più, voglio arrendermi, lo dico sul serio, sono davvero pronto ad andarmene. 

In tempi come questi, in tempi di guerra come questi, nel 2009, 2012, 2014, 2021, 2022, 2023, quando mia figlia Salma diceva che non ce la faceva più, le dicevo di ascoltare la canzone di Peter Gabriel, “Don’t give up, don’t give up because you know you can”.

Peter Gabriel mi ha aiutato molto, prima, ora non mi aiuta più, scusa Peter, non ce la faccio più.

C’è mia madre, c’è mia figlia, ci sono le mie sorelle e i miei fratelli che credono tutti che posso farcela, che dovrei esserci per loro.

Ho continuato a camminare verso il mercato, non riuscivo a fermare le lacrime, volevo gridare, urlare, bestemmiare. Volevo un abbraccio, ho davvero bisogno di un abbraccio.

Arrivato all’Unità di Assistenza Sanitaria Primaria dell’UNRWA, dove faccio volontariato con Humanity and Inclusion, ho visto un medico, mi sono avvicinato spiegandogli la situazione e le necessità di mia madre.

“Scusa, non c’è Nexium in farmacia, niente cannule. È stato distribuito tutto nei rifugi per la cura dei feriti dimessi prematuramente dall’ospedale per liberare posti per quelli più recentemente feriti. Ma posso procurarti la soluzione salina.”13. Un altro giorno (Another Day)

Hossam a Gaza

Come ogni altro giorno, sono andato al mercato. Non è più il mercato che conoscevo. Più della metà dei negozi, e gli edifici su entrambi i lati della strada, erano distrutti o danneggiati. La strada è annerita, piena di polvere e macerie; vetri rotti, frammenti di porte e finestre, cavi elettrici e fili del telefono caduti sono stesi sull’asfalto. L’acqua è sporca e mischiata agli scarichi perché le tubature sottoterra sono state danneggiate dai bombardamenti. Ci sono mucchi di immondizia ovunque, nessuno la ritira, non ci sono operai per riparare le tubature danneggiate.

Davanti al panettiere non c’è una fila vera e propria, la gente è raccolta in una grande folla che si urla addosso, litigando sul loro turno per ricevere il pane. Alcuni uomini e alcune donne litigano, picchiandosi, altri cercano di calmare la folla senza successo. Il panettiere chiude la porta del negozio, rendendo la gente ancora più arrabbiata.

Davanti alla scuola, un’altra rissa e altre urla. La gente ha perso la pazienza, si arrabbia per il minimo motivo, oppure senza alcun motivo. Chi può biasimarli? Senz’acqua, senza cibo, nè bagni, nè intimità, nè dignità, nè speranza. Ci sono solo disperazione e paura.

Continuo a camminare verso Salahadeeen Street, senza un vero motivo. 

Alcuni uomini trasportano sacchi di farina da 35kg. Chiedo a uno di loro dove li abbiano presi.

“C’è un mulino sulla ventesima strada”

“Ne trovo ancora? O credete sia finita?”

“Credo ce ne sia ancora”.

Cammino senza meta. Non abbiamo gas da tre giorni, abbiamo cominciato a cucinare il cibo e il pane direttamente su un fuoco acceso.

Mi ricordo di un collega che vive sulla ventesima strada. Lo chiamo per dirgli che sono nelle vicinanze.  Mi dice di proseguire fino a casa sua e che mi raggiungerà in un quarto d’ora, ora è al supermercato.

Passo davanti al mulino e compro della farina per il pane. La trasporto per circa 70 metri fino a casa sua. Suo padre mi conosce, è molto gentile, mi accoglie offrendomi del caffè e dei biscotti. Porta fuori due sedie di plastica e ci sediamo davanti a casa. Chiacchieriamo, più che altro della guerra e delle difficoltà per la gente di assicurarsi il minimo indispensabile. Parliamo delle persone che conosciamo che sono state uccise, o ferite, o che hanno perduto un parente o la loro casa. 

15 minuti dopo arriva il mio collega. Ha l’aria sconvolta, è coperto di sabbia e polvere. Era appena uscito dal supermercato quando questo è stato bombardato da un aereo israeliano. Lui era scampato, ma aveva visto molti morti e feriti là attorno. Non si era fermato per paura che ci fosse un altro bombardamento. Era successo spesso, prima, che la gente accorresse verso i feriti e che nello stesso punto cadesse un’altra bomba, uccidendo e ferendo altre persone.

Ci vogliono 15 minuti perché si calmi e riesca a parlare e respirare normalmente. Sento che devo andarmene. Chiedo se posso lasciare la farina da loro fin quando non trovo un modo per portarla a casa di mio suocero; sono più di 3km e non credo di riuscire a portare 35kg a piedi.

Abeer e sua sorella mi stavano aspettando a casa di suo cugino, che vive nel centro del campo profughi vicino al mercato principale. Lei aveva appena finito di lavorare alla scuola-rifugio; aveva cambiato le fasciature dei feriti, aiutato una donna a partorire, distribuito dei beni di prima necessità. Suo cugino sta ospitando due famiglie sfollate di amici e colleghi della centrale energetica di Gaza. Quando sono arrivato c’erano urla e strilli. Le due famiglie stavano litigando per via di un diverbio tra i bambini.

Abeer e sua sorella sono uscite e abbiamo camminato fino a casa.

Arrivati a casa, mi madre mi dice che aveva provato a chiamarmi molte volte. Voleva andare al bagno. Nessuno poteva portarla dal letto al bagno. Non riusciva più a tenerla e quindi l’aveva fatta nel letto. Ero molto dispiaciuto. L’ho portata al bagno e pulita con acqua fredda. Mi ha urlato e maledetto, non si rendeva conto che l’acqua calda era un lusso che non è più disponibile. Ero arrabbiato, ma mi sono trattenuto e non ho reagito. Ho finito di lavarla, l’ho rivestita con abiti puliti, l’ho rimessa a letto e le ho portato del cibo e le sue medicine.  Ritorno in bagno per lavare i vestiti, senza elettricità e senza lavatrice, quindi lavo a mano in un secchio di plastica. Devo prendere l’acqua dalla tanica al primo piano, quindi faccio su e giù dal secondo piano molte volte.

Mentre sto seduto per terra a lavare i vestiti di mia madre cercando di controllare la rabbia e la frustrazione, mi viene in mente la mia infanzia. Non c’era corrente elettrica in città quando ero piccolo, e di certo non c’erano le lavatrici. Eravamo 5 fratelli e 4 sorelle, più mio padre e mia madre.

Mia madre a quel tempo faceva il bucato per tutta la famiglia, e non solo quello. Cucinava, puliva, ci coccolava, e faceva molte altre cose. Mi sono sentito in colpa, ma non ero più arrabbiato o frustato. Solo esausto.14. Pensate a un titolo, se ci riuscite (Think of a title if you can)

Hossam a Gaza

28 ottobre 2023, 8.30 del mattino

Appena svegli ci accorgiamo che i nostri cellulari non prendono il segnale. Di solito chiamiamo nostra figlia Salma per prima cosa ogni mattina. Lei si preoccupa molto se non la chiamiamo. Decido di andare al centro per l’assistenza sanitaria di base dell’UNWRA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) che sta in mezzo al mercato del campo profughi di Nuseirat. Lì posso trovare internet in modo da chiamarla su WhatsApp.

Cammino col mio portatile in spalla, ci sono 2 km e mezzo da casa alla clinica.

Distruzione da entrambe le parti della strada. Ogni giorno ci cammino per andare al mercato e ogni giorno ci sono nuove case distrutte o danneggiate; molte di queste case sono state bombardate con i loro abitanti dentro, molti corpi vengono estratti dalle rovine, molti cadaveri rimangono ancora sotto le macerie. Mancano più di 2000 persone, tra loro 830 bambini; sono tutti sotto le macerie, non c’è alcun mezzo meccanico per rimuoverle. Dopo 15 minuti di cammino, c’era un asino che tirava un carretto di legno, con un uomo seduto sopra che lo guidava. Gli ho chiesto se potevo unirmi a lui, e mi ha accolto. Ho pensato che mi sarei fatto una fotografia mentre stavo sul carro con l’asino. L’ho fatta. Poi ho pensato che avrei dovuto fare delle fotografie alla strada. L’ho fatto. Poi mi sono fatto un selfie. Ho guardato la mia immagine. Ho un bell’aspetto. Forse ho bisogno di un taglio di capelli, ma ho un bell’aspetto. Nonostante tutto, ho un bell’aspetto. Mi sono sentito bene. Ho pensato, ehi, sono ancora vivo, e anche la mia famiglia. Non mi darò per vinto. Il mercato era al solito pieno di gente, ma ovviamente non pieno di vita, ho ignorato questa idea, io sono vivo.

Sono arrivato alla clinica, non c’è internet, non ci sono telefoni, nessun cellulare, gli Israeliani hanno tagliato tutto. Dio mio, mia figlia?!!! Saprà dalle notizie che noi non possiamo raggiungerla, e che lei non può raggiungerci. “Il mio cuore è con te, baby, ti penso, desidero che i miei pensieri ti raggiungano, e ti assicurino che ti amiamo e siamo ancora vivi”. Una figlia da sola all’estero non ha nessuno al mondo ma soltanto i suoi genitori. Salma.

Ho lasciato il mio portatile in carica alla clinica e sono tornato al mercato. Ci sono molte meno merci al mercato, ciò che puoi trovare oggi potresti non trovarlo più domani e i prezzi sono sempre più alti. Ho con me una lista di acquisti che dovrei fare ma certe cose non riesco più a trovarle: candele, lenticchie e farina per il pane. A ogni bancarella dove le chiedevo, mi dicevano: “È inutile cercarli, non ce ne sono, non c’è più merce di alcun tipo che entri a Gaza da 21 giorni”. Ho fatto scorte di riso e olio per cuocere, lattine di fagioli e di carne per il mio cane, Buddy.

Sono andato in Banca, voglio dire al bancomat, perché qui le banche non operano più dal 7 ottobre. Il bancomat non funziona. Ho ancora un po’ di soldi a casa, basteranno alle nostre necessità per un po’, poi riproverò di nuovo il bancomat tra qualche giorno. 

Non ero lontano dalla casa del collega dove avevo lasciato la farina per il pane qualche giorno fa. Ho continuato a camminare, sono arrivato là ho trovato suo zio, che è un vecchio amico, seduto. Si era rifugiato a casa di suo fratello dopo che il suo appartamento era stato distrutto, quando hanno bombardato l’edificio di Gaza dove viveva. 

Vederlo sano e salvo con a tutta la sua famiglia è stata una bella sorpresa. Disse che erano sfollati un giorno prima che bombardassero casa loro. 

“Sai cos’è successo a Nael?” 

“No, che cosa?” 

“Il diciotto ero ancora a casa quando ci fu un bombardamento molto pesante nel loro vicinato. Hanno deciso di andarsene anche se era buio, sono saltati in macchina senza prendere niente e hanno guidato fino all’ospedale Al Shifa, per rifugiarsi là fino al mattino. Appena arrivati lui si rende conto che il figlio maggiore non c’è. Suo figlio di 23 anni non era salito in macchina, se l’erano lasciati dietro. Si sono fatti prendere dall’isteria. Tornare indietro era impossibile, sarebbe stato un vero suicidio. Hanno provato a chiamarlo, il cellulare squillava senza risposta, pensieri neri e cattivi gli riempivano la testa, la madre è svenuta, il padre ha cominciato a chiamare tutti dicendo: “Ho perso mio figlio, l’ho dimenticato a casa”. Molti amici, compreso me, continuavano a chiamarlo. Il cellulare squillava ma non c’era risposta. Questo è un pessimo segno. Doveva essergli successo qualcosa. Le ore sembrarono durare secoli, fino alla luce del giorno. Il padre è tornato a casa, la casa era ancora in piedi, ed è entrato in casa chiamando forte il nome di suo figlio. Finalmente ha sentito suo figlio rispondergli con un filo di voce: “Sono qui”. Ha seguito la voce. Suo figlio se ne stava tutto rannicchiato sotto le scale che portavano al secondo piano, si era fatto il più piccolo possibile. Il suo cellulare era a due metri da lui. Era ancora sotto choc, in preda a un terrore così completo che non poteva spostarsi per rispondere al cellulare. Senza dire nulla ha recuperato suo figlio e l’ha portato fino all’ospedale Al Shifa dove, preso il resto della famiglia, li ha portati a Rafah.”

Quella sera andai a farmi i capelli.18. Numero 4, con lo zero e senza, prima parte (Number 4, with zeros and without, part 1)

Hossam Madhoun a Gaza

Per 2 giorni non ho scritto nulla. Non so perché. Forse lo so! Non mi sento di farlo, non aiuta nessuno, non cambia nulla, è una perdita di tempo e di pensiero, un’esibizione di me stesso, dei miei sentimenti, del mio dolore, delle mie emozioni, della mia privacy, delle mie lacrime. Perché? A che scopo? 

Qualunque cosa facciamo, non cambia niente; qualunque cosa evitiamo di fare, non cambia niente. La macchina dell’uccisione continua a darci la caccia dovunque andiamo, non c’è dove andare, nessuna via di fuga, possiamo solo stare seduti e aspettare il proprio turno per essere macellati. Ogni giorno sentiamo di qualcuno che conosciamo che è stato ammazzato nel suo letto, o ucciso mentre camminava per strada, ucciso mentre faceva la doccia nel suo bagno, uccisa mentre cucinava per la sua famiglia, ucciso mentre giocava a casa o in strada.

Ma so che non scrivo per cambiare qualcosa. Non scrivo per cambiare proprio nulla. Scrivo per me. Scrive perché sono ancora vivo. Scrive perché mi fa sentire vivo. Scriverò finché chiuderò gli occhi per l’ultima volta, o finché non sarò in grado di scrivere per qualche altra ragione. Continuerò a scrivere.

Ieri, gli israeliani hanno bombardato un quartiere vicino al Campo di Jabalia, un intero isolato. L’isolato n. 6. Il Campo di Jabalia, 1 km quadrato, con 115.000 abitanti, il luogo più densamente popolato al mondo. 400 persone uccise e ferite in un batter d’occhio, svanite, sparite, non esistono più. 400 persone in un colpo. Centinaia di feriti, nessun ospedale è grande abbastanza per assisterli. Più di 40 abitazioni completamente distrutte, e molti sono stati uccisi mentre camminavano per strada. Erano le 4 di mattina quando sono stati colpiti da 6 missili esplosivi, dall’aviazione.

400 persone di ogni età, feti nel ventre delle loro madri, lattanti, bambini piccoli, maschi e femmine, adolescenti e giovani, uomini e donne, anziani e portatori di handicap. Un’intera comunità. Sparita. Come se niente fosse, perché qualcuno in Israele credeva di poterlo fare, e così l’ha fatto.

Ascoltavo le notizie alla radio, in diretta, la gente urlava, strillava, il reporter parlava a voce alta per farsi udire al di sopra del frastuono e del caos intorno a lui, uno dei reporter che vive là gridava che i membri della sua famiglia erano tra quei 400.

Ero circondato dalla mia famiglia, tutti non facevano altro che parlare di questo. Io ero l’unico che non diceva niente. Cosa si può dire in una situazione simile? Quali parole avrebbero potuto esprimere quello che sentivo?

Ho lasciato la famiglia al pianterreno, e sono salito nella mia stanza, mi sono sdraiato sul mio materasso. Ho chiuso gli occhi, con le lacrime che mi rigavano le guance, e improvvisamente sono là, in quel quartiere, un paio di minuti prima dell’attacco…

Cammino nelle stradine strette del campo, molti bambini giocano, uomini e donne passano di là, mentre escono o rientrano. Cammino e guardo queste povere case, case costruite 71 anni fa dall’UNRWA per i rifugiati palestinesi, che furono obbligati a lasciare le loro case nella loro patria, in quello che oggi è Israele. Tetti bassi, nessuno spazio fra le case, la strada larga al massimo 4 metri, altre strade appena abbastanza ampie perché ci passino le macchine, lentamente, facendo qualche sforzo. Le finestre sono all’altezza degli occhi di un uomo di statura media. Facile udire le chiacchiere delle persone all’interno delle loro case, da entrambe le parti delle mura pendono i fili della biancheria con i vestiti dei bambini appesi ad asciugare. Le strade sono sabbiose, ogni pochi metri una perdita di liquami, perché nel campo manca l’infrastruttura per le fogne. La gente ha scavato pozzi di scarico che col tempo si riempiono e si spandono per le strade.

Dal mercato vicino arriva un gran frastuono.

Mi fermo. Apro la prima porta. Entro. Ero invisibile, la gente dentro casa non poteva vedermi, non percepiva la mia presenza. Era un cortile. Una donna di circa 37 anni, vicino a un piccolo fornello a gas con sopra una pentola, stava cucinando, nella pentola c’era del cavolo. Un bel sorriso, tre bambini giocavano intorno a lei, una bambina sui 7 anni giocava con una bambola e 2 bambini di qualche anno di più si rincorrevano e la madre chiedeva loro di non fare rumore. Dall’altra parte del cortile un’altra donna strofinava dei vestiti in tre secchi, uno con il sapone e gli altri due con l’acqua pulita. Un’altra donna ancora prende i vestiti puliti e li appende al filo che é teso da una finestra sulla destra, e poi percorre tutto il cortile, fino ad allacciarsi al muro esterno della casa.

All’angolo del cortile, una stanzetta. La porta è aperta, è un gabinetto esterno, ne esce un uomo sui 42 anni e chiede: “Tra quanto mangiamo?” “Tra 10 minuti” risponde la donna. Lui si sposta dentro la casa. Io lo seguo.

Nella casa, un soggiorno e due piccole camere, una per lato. Nel soggiorno, una fila di materassi messi l’uno contro l’altro, un vecchio sdraiato, 4 giovani uomini in un angolo che giocano a carte. L’uomo uscì di lì e chiuse la porta. Andò in una delle camere, nella camera, una culla con un neonato addormentato. Entra senza fare rumore per non disturbare il sonno del piccolo, si cambia la camicia, si mette del deodorante. Si sposta nella seconda stanza, ci sono 4 uomini addormentati, li sveglia, “Il cibo sarà servito tra 10 minuti. Alzatevi”. Due si muovono pigramente, gli altri due fanno come se non avessero sentito, l’uomo li chiama di nuovo: “Alzatevi tutti. Sono le 3.55 del pomeriggio. Non potete dormire tutto il giorno”. Con voce insonnolita, uno di loro risponde: “Ma ci siamo appena addormentati. I bombardamenti e le esplosioni non ci lasciano dormire. Tutta la notte, tutto il giorno, bombardano”. L’uomo se ne va. L’anziano nel soggiorno gli chiede: “Hai portato la mia medicina per l’asma? Devo prenderla dopo pranzo, non più tardi delle 4”. “Non ancora” risponde. “Andrò in farmacia appena mangiato, ti prometto che non sarà più tardi delle 4, te lo prometto”.

Tick tock, tick tock, tick tock…. Le 4. Bum!

Torniamo alle 3.45.

Me ne vado ed entro nella prossima casa…

Continua…20. Suoni (Sounds)

Hossam a Gaza

Sdraiato sul materasso, buio completo tranne che per la fioca luce di una povera, piccola candela.

Chiudendo gli occhi, sperando di dormire, non funziona. Due giorni e due notti, non un solo minuto di sonno.

È stupefacente come i sensi umani diventino più forti e più sensibili quando se ne perde uno, come la gente che non ha la vista ma ha un udito più acuto. Questo è quello che mi accade mentre chiudo gli occhi.

Durante il giorno, un sacco di fragore, un sacco di rumore, suoni misti di persone, chiacchiere, parole, grida, bombardamenti, esplosioni, droni, aerei militari che fanno a pezzi il cielo. Tutto mescolato, così non riesco a cogliere nessun suono. 

Nel buio, nel silenzio che si suppone completo, e mentre sono sdraiato a occhi chiusi, ho iniziato a concentrarmi di più sui suoni che mi circondano, il suono di un foglio di plastica che copre la finestra ormai priva del suo vetro, e che si muove nella brezza notturna, il respiro e i sospiri di mia madre vicino a me, i battiti del mio cuore, gli stridii degli scarafaggi dei campi, il rumore di un uccello che tarda a tornare al nido, o che esce dal nido per colpa del fragore di un’esplosione, il bebè di un vicino che piange nella casa accanto e sua madre che lo culla, il fruscìo dei rami degli alberi, che si muovono appena, il verso di un gufo che viene di lontano, i cani di strada che impazziscono e abbaiano quando cadono le bombe, il chiasso di gatti che si azzuffano.

Tutti questi suoni significano vita, speranza, significano che domani verrà nonostante tutto.

Altri suoni arrivano, sopra ogni altro suono, facendo svanire tutti gli altri suoni, occupando l’aria e l’atmosfera, invadendo il silenzio per dire che sta arrivando la morte. Il suono del drone militare, l’unico suono che gli assomiglia è quello del rasoio elettrico moltiplicato un centinaio di volte, che riempie lo spazio con il suo fragore fastidioso, che nessuno può ignorare neppure per un attimo. Ogni creatura vivente è obbligata a udirlo, in qualunque momento. Gli esseri umani, gli animali, gli uccelli, gli alberi e persino le pietre potrebbero spezzarsi per colpa della follia che causa quel rumore. Mi ricorda una sola cosa, la lenta uccisione per tortura praticata nel Medioevo. Gli aeroplani militari che passano – gli F-15, F-16, F-32, gli F-non-so-che, che trafiggono il cielo così come un coltello passa attraverso un pezzo di burro, portando morte ovunque vadano.

Il suono dell’artiglieria che bombarda, bum. Ogni carica fa tre suoni, l’eco del suono è ripetuta: bum, bum, bum, comincia forte e riecheggia tre volte.

Il suono dei missili che colpiscono, molto forte e molto acuto. Se riesci a udirlo, allora sei vivo. Se è così veloce che ti colpisce, non lo sentirai. Chiunque a Gaza sente il suono di un missile sa immediatamente che ha colpito qualcun altro, lasciandosi dietro morte e distruzione. Lo sappiamo tutti per esperienza, l’abbiamo imparato nel modo più duro, attraverso le molte guerre mosse contro Gaza.

Stare seduto al buio, cercando di ignorare i suoni rumorosi della morte e di concentrarsi sui piccoli suoni della vita. Non è facile, ma questo è il mio modo di passare la notte, sperando di vincere l’insonnia per qualche ora.22. La valle della morte (The Valley of Death)

Potrebbe servire un’introduzione!

L’esercito israeliano palesemente ha deciso di svuotare tutti gli ospedali di Gaza City e del nord, non importa a quale prezzo.

Non importa quante vite saranno sacrificate,

Non importa quanti feriti e pazienti non riceveranno cure,

Non importa quanti malati di cancro e di tumore moriranno,

Non importa quanti pazienti in rianimazione moriranno,

Non importa quanti pazienti soffocheranno senza ossigeno,

Non importa quante persone che abbiano bisogno di un intervento chirurgico urgente non lo avranno,

Non importa quanti neonati ancora non completamente sviluppati non vedranno la vita e moriranno soffocati nelle incubatrici – ne sono già morti due, secondo il Ministero della Salute,

Non importa quello che dicono il diritto internazionale umanitario e la quarta convenzione di Ginevra,

L’esercito israeliano ha tagliato la corrente elettrica completamente dal primo giorno di guerra, e poi ha impedito l’ingresso di qualunque tipo di carburante che potesse alimentare i generatori, e ha pure bombardato i pannelli solari sui tetti di questi ospedali:

Al Shifa a Gaza City, 

Indonesian Hospital nel nord, 

Kamal Adwan a Beit Lahia,

Al Rantisi, l’unico ospedale pediatrico oncologico della striscia di Gaza – tre bambini sono già morti, secondo il Ministero della Salute,

Al Nasr Hospital a Gaza City, l’ospedale pediatrico specialistico,

L’Ospedale Psichiatrico, l’unico nella Striscia di Gaza.

Tutti questi ospedali sono stati costretti a sospendere le attività, alcuni sono stati bombardati, altri danneggiati.

L’ospedale Al Shifa è il principale ospedale nella Striscia di Gaza, il più grande. È stato un obbiettivo per l’esercito israeliano fin dall’inizio. Hanno bombardato la sezione parto e maternità, hanno bombardato le cliniche all’aperto, hanno bombardato l’ingresso principale più volte, e ogni volta ci sono stati morti e feriti.

Hanno bombardato le ambulanze che portavano i feriti all’entrata dell’ospedale.

Ieri sono arrivati molto vicini all’ospedale, lanciando bombe e sparando tutt’intorno, come se si fossero spalancati i cancelli dell’inferno, facendo esplodere e distruggendo la maggior parte delle case e degli edifici intorno all’ospedale.

Mio fratello maggiore che ha sessant’anni con i suoi due figli Mohammed, di ventitré anni, e Hisham, di quindici anni, e con sua moglie, malata e cieca, ha trovato rifugio nell’ospedale di Al Shifa il 12 ottobre 2023. La moglie di mio fratello soffre di insufficienza renale. Ha bisogno di un trattamento tre volte alla settimana. Le devono collegare le vene a un macchinario che le ripulisce il sangue. Ogni volta l’apparecchio fa le funzioni dei reni per quattro ore. In effetti è per questo che hanno deciso di rifugiarsi all’ospedale Al Shifa.

Molti dei cinquantamila sfollati nell’ospedale Al Shifa sono famigliari di malati cronici. Sono lì per potere accedere alle cure più facilmente. Molti sono famigliari di persone ferite durante la guerra.

Ieri mio fratello e la sua famiglia hanno deciso di andarsene. Erano sicuri che sarebbero stati uccisi se fossero rimasti lì. Vanno a sud, fuori da Gaza City. Mio fratello trascina sulle sue spalle i suoi sessant’anni di agonia, povertà, duro lavoro e dolore, suo figlio Mohammed spinge la sedia a rotelle con sopra sua madre. La madre tiene in grembo una borsa di roba, vestiti e un po’ di cibo, e Hisham, il ragazzo, porta uno zaino e un borsone. Con le bombe, gli spari, il rumore dei droni, gli aerei militari che li sorvolano, il rumore della folla tutt’intorno, loro scappano.

Devono andare nella zona Zeitoun, a tre chilometri, per arrivare alla strada Salahaddeen, che attraversa Gaza da nord a sud. Camminano. Per strada non c’è nessuno, a parte le altre poche persone con i pochi beni che riescono a trasportare, che cercano di raggiungere la strada Salahaddeen.

Le strade? Distrutte, rovinate, piene di grosse buche, con percolazioni di acqua e di liquami. Per duecento metri mio fratello e la sua famiglia hanno camminato in uno scenario simile a un campo minato, fianco a fianco con la morte. Hanno anche visto dei cadaveri lungo la strada.

Sorpassando carri armati e soldati, sono andati avanti per altri due chilometri prima di arrivare in una zona dove c’erano altre persone, un chilometro prima dei campi di Bureij e Nuseirat. Alla fine hanno trovato un carretto con un asino che li ha portati all’ospedale Al Aqsa a Deir Al Balah, a diciotto chilometri da Gaza City.

Nulla di diverso dall’inferno di Dante, nella Divina Commedia. Forse Dante si sarebbe ispirato ancor di più se si fosse fatto quel tratto di strada.

Mohammed per tutto il tempo, appena possibile, provava a chiamarmi. I cellulari non funzionavano. Alle nove di sera mi squilla il cellulare. Era Mohammed.

  • “Dove siete? Siete al sicuro? Non c’era connessione finché eravate a Gaza”.
  • “Siamo all’ospedale Al Aqsa, senza niente”.
  • “Cercate di arrangiarvi per questa notte, domani mattina vengo io”.

A quest’ora non si può fare niente. Non si può circolare con il buio.

Per prima cosa la mattina sono andato a Deir Al Balah. Era presto, sono andato a piedi. Oggi ho fatto undici chilometri e mezzo a piedi in totale.

Quando sono arrivato c’era gente dappertutto. Il cortile davanti all’ospedale e quello sul retro erano pieni di sfollati, feriti e famiglie.

All’ingresso dell’ospedale c’erano tre cadaveri, appena arrivati da Nuseirat, dal bombardamento di una casa.

Ho iniziato a chiedere in giro riguardo ai nuovi arrivati da Gaza City. Ce n’erano parecchi. Ho continuato a chiedere e a cercare finché non li ho trovati in un piccolo spazio di due metri quadrati, messo a disposizione da una famiglia che ne aveva a disposizione quattro.

Mohammed non c’era, era andato a prendere le medicine per la madre. In questi pochi giorni mio fratello è invecchiato di cinquant’anni, da quando l’avevo visto l’ultima volta, quaranta giorni fa. Hisham stava seduto accanto a sua mamma, non diceva niente, non faceva niente. I suoi occhi non si muovevano, guardava di lato, guardava il nulla.

Ho provato a parlargli. Non mi rispondeva. Hisham, il ragazzo a cui voglio più bene, il ragazzo che mi vuole più bene. Hisham, che ogni volta che vado a trovare la sua famiglia corre verso di me per abbracciarmi. Hisham non mi risponde. Che è successo, ragazzo mio?

Non so se siano state le tecniche di pronto soccorso psicologico che ho imparato lavorando come funzionario nella Protezione Infanzia, oppure se sia stata la forza dell’amore, ma dopo un quarto d’ora Hisham mi ha guardato, si è lanciato tra le mie braccia e ha pianto. Ha pianto come non aveva fatto mai, pianto e pianto. Il suo corpo si scuoteva tra le mie braccia. Io non ho pianto. Ho cacciato indietro le lacrime, le lacrime che volevano uscire per forza. Le ho trattenute e ora mi bruciano dentro. Piangi bambino, piangi figlio mio, non ti vergognare, piangi quanto ti pare, piangi per tutta la paura che hai avuto, piangi finché il tuo pianto non arrivi al cielo, oppure raggiunga un cuore commosso in questo mondo matto.24. Parole disabili (Disabled Words)

Hossam a Gaza

23 novembre 2023

A che servono le parole quando ti accorgi che non sono capaci di descrivere, spiegare, esprimere un sentimento o un avvenimento?

Sono quasi dieci giorni che non scrivo nulla. Ci sono molte cose di cui vorrei parlare, ma le parole sono disabilitate, le parole non rifletteranno ciò che vedo, ciò che sento, ciò che voglio raccontare.

Ieri ero in clinica e aspettavo i miei colleghi, i consulenti-psicologi, per assegnare loro i compiti da svolgere e organizzare i turni nei rifugi e nelle scuole per dare sostegno psicologico ai bambini.  Uno di loro era assente. Ho chiesto notizie. Mi hanno detto che era successa una cosa. Due persone da lui ospitate sono state uccise in un bombardamento.

La persona di cui parlavo ha uno zio che conosco. Lo zio è mio amico, e si era rifugiato a casa loro. Sono andato in panico. Ho finito la riunione con i miei colleghi e sono subito andato lì a cercare il mio amico e a capire cosa gli fosse successo. Il mio amico e il mio collega stavano seduti fuori casa. Le loro facce parlavano. Le loro facce dicevano tutto. Mi dicevano che era successa una cosa terribile.

Il mio amico mi ha raccontato cos’era successo. Il marito di sua figlia e il suo nipotino erano stati uccisi. Si erano rifugiati nella stessa casa, ma ieri il marito di sua figlia era andato a trovare sua mamma che sta in un’altra casa, con la famiglia allargata. Ha portato con sé il figlio maggiore, Waseem, di sei anni.

La casa, un edificio di sei piani abitato da trentasette persone, è stata bombardata. Sono morti. Sono morti tutti; uomini, donne, ragazzi, ragazze sono morti, tutti morti.

Mentre il mio amico parlava sua figlia, che conosco da quando aveva sette anni, era nelle vicinanze. Stava appendendo i vestiti del figlio morto al filo del bucato, come se nulla fosse. Aveva lavato i vestiti del bambino morto e li stava stendendo ad asciugare al sole, così che quando sarebbe tornato se li sarebbe potuti mettere.

Guardandola cercavo le parole che avrebbero potuto descrivere che cosa stesse provando, che cosa stesse pensando. Non le ho trovate, le parole. Quali parole possono spiegare questa cosa? Quali parole la possono descrivere? Maledizione, dove sono finite le parole? Perché non mi aiutano? Le parole sono deboli. La parole sono disabilitate, la parole sono paralizzate. Nessuna parola può spiegare cosa lei senta o pensi. Ha perso il marito e il figlio di sei anni. Il corpo del figlio è stato trovato e seppellito, e il marito giace ancora sotto le macerie con altre quattordici persone su trentasette. 

Odio le parole. Mi fanno sentire inerme, mi sento stupido anche solo al pensiero di poterle usare su questo argomento. E mentre parliamo  loro fanno il nome di Mahmoud, il mio amico Mahmoud. È lo zio del marito. Si era rifugiato nella grande casa di famiglia con la moglie e i bambini, con il fratello, sua moglie e i bambini, e i loro parenti. Erano tutti là. Sono morti tutti.

No! Ti prego, no! Non Mahmoud! No, lui non può essere morto. Non posso accettarlo. Mahmoud non è morto. Mahmoud è vivo. Per piacere ditemi che non è morto. Vi prego. 

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L’ho incontrato al mercato di Nuseirat tre giorni fa. Ci siamo abbracciati, abbiamo chiacchierato, abbiamo riso. Non puoi incontrare Mahmoud e non ridere. È così bello, così elegante, ben vestito, sempre rasato sulle guance e sulla testa. Un gran sorriso non si stacca dal suo viso nemmeno un istante.  Il suo bellissimo sorriso riempie l’aria di gioia e felicità. È una di quelle persone che fanno sentire tutti bene, rilassati.

Il sorriso di Mahmoud spalanca tutte le finestre alla speranza e al benessere. Il suo cuore è così grande, più grande del mondo intero. Può tenere tutto il mondo nel suo cuore. Lui è uno di quelli che sono sempre disponibili per aiutare, sostenere, risolvere i problemi, stare con la gente, con la gente che conosce e con la gente che non ha mai incontrato prima. Lui è disponibile per tutti, come se Dio l’avesse creato per gli altri. Non può morire. Oh Dio, Mahmoud, amico mio. Perché? Perché? Perché?

Dopo avere scritto questo pezzo su Mahmoud mi sento male, molto male. Tutte queste parole non sono niente. Non dicono niente del mio amico. Lo rimpiccioliscono, mentre lui è molto di più.

Le parole sono maledette. Le parole sono deboli, le parole sono impotenti. Nessuna parola può descrivere quello che sento io ora.

Le parole non esprimeranno quello che io voglio dire su Mahmoud.37. Storia inedita dall’Olimpo (Untold Story from Olympus)

Seduto sul suo trono in cima all’Olimpo, Zeus si pettinava annoiato la barba con le dita, guardando in giù verso la Terra. Laggiù c’erano alcune aree piene di luci accese, e molte altre dove c’era un buio pesto. Ma notò una zona che brillava di luce più di ogni altra. Non era luce artificiale, non era luce del sole, né della luna, né delle stelle. Guardò meglio. Veniva da lì, da una striscina sul Mediterraneo; un posto che si chiama Gaza.

Allora si chiede, cos’è che brilla laggiù? Normalmente sarebbe buio in quel posto, ma allora cosa brilla? 

Lucifero, che non era lontano, sentì le domande di Zeus. Disse con la sua voce profonda, bassa – sono i bambini e le donne di Gaza. Risplendono sempre. Come mai il Dio degli Dei questo non lo sa?!

Zeus, seccato di non esserne al corrente, disse: “Ne voglio qualcuno qui. Chiunque me ne porterà uno sarà ricompensato”.

Lucifero allora gli disse: “Solo l’Armata dei Morti può portarti quelle donne e quei bambini”.

Zeus ne fu scosso, “No! Quell’esercito no! Sono brutali. Sono raccapriccianti, feroci, terribili, intransigenti, spietati, orrendi.” 

Lucifero: “È l’unico esercito che possa esaudire i tuoi desideri”.

Gli altri dei: “Ti preghiamo, no, non quell’esercito. Non l’Armata della Morte, chiama qualunque altro esercito. Mandaci le Amazzoni, sono buone e sono forti. Mandaci l’esercito di Troia, oppure manda uno di noi, e noi te li porteremo. Mandaci Marte, Nettuno, o Giunone. Mandaci Ercole, o Aiace, ma non quell’esercito.” 

Ma Zeus, come al solito, fa quello che poi sempre fa. Fa l’egoista. La sua volontà è un ordine, i suoi sogni si devono realizzare, i suo desideri devono essere soddisfatti.

Quindi con voce stentorea, brandendo un fulmine sopra la testa per terrorizzare gli altri dei, disse:

“Silenzio. Nessun commento. Che nessuno parli. Lasciatemi fare. Mandate l’Armata della Morte. Portatemi i fanciulli e le donne da Gaza. I miei desideri sono richieste e le mie richieste sono ordini. Mandate subito l’Armata della Morte.”

Tutti gli dei guardarono Lucifero con astio. Avrebbero voluto ucciderlo. Ma lui era protetto dal Signore degli Dei. 

Lucifero disse: “Signore, lo sai che l’Armata dei Morti pone anche delle condizioni ben precise”.

Zeus: “Quali condizioni?” 

Lucifero: “Nessuno deve fare domande o contestare i mezzi che l’esercito userà per catturare le donne e i bambini e nessuno gli potrà chiedere di fermarsi finché non si fermeranno di loro spontanea volontà. Giuralo.”

Zeus: “Questo è un giuramento di Zeus, il Dio degli Dei”.

Intanto l’Armata della Morte era lì che scalpitava con ansia e gioia, aspettava che Lucifero le desse la buona notizia. Lui non tardò, e arrivò con la lieta novella.

Lucifero disse con voce profonda: “Andate, amici miei, passate i palestinesi a fil di spada. Siete liberi, senza intromissioni, non fermatevi finché non appagherete la vostra sete col loro sangue.”

L’Armata dei Morti non lo fece finire di parlare. Lanciò i suoi pesanti martelli, le spade e le sfere, i pugnali e i coltelli sui corpi dei bambini e delle donne palestinesi. 

Gli uomini palestinesi erano lì, impotenti, incapaci di fare null’altro che lacrimare per il dolore e il compianto. Come Prometeo in catene. 

Centinaia e centinaia di bambini e donne salirono al trono di Zeus. Un gruppo dopo l’altro. 

Zeus li esamina bene. Non brillano più, hanno perso tutta la loro bellezza, non sono più come lui li aveva ammirati dalla cima dell’Olimpo. Arrivano a pezzi, qualcuno è decapitato, altri senza gambe e senza braccia, altri dimezzati. Così Zeus comincia a sentirsi deluso; non è quello che avrebbe voluto. 

Ma gli dei dissero in coro: “Sì, questo è quello che volevi”.

Zeus: “Io ne avevo chiesti un po’, pochi bambini e donne. Tre o quattro, dieci, ma non decine, non centinaia, non migliaia”.

Tutti gli dei: “Hai avuto quello che hai chiesto”.

Zeus: Perché massacrano gli uomini? Perché distruggono le case? Perché tagliano gli alberi? Perché bruciano i campi? Perché uccidono il bestiame? Perché li privano di cibo e di acqua? Perché?

Tutti gli dei: “Hai avuto quello che hai chiesto”.

Mandò a chiamare Lucifero, ma Lucifero era sparito. Lucifero si era nascosto in mezzo all’Armata della Morte. Donne e bambini continuavano ad ascendere senza luce, senza brillare, morti. La Sala del Trono iniziava a riempirsi dei loro corpi. L’immensa sala costruita per contenere tutti gli dei, i semidei, le loro mogli ed i bambini, e pure tutti i loro servi, era piena zeppa, al completo. Completamente piena, fino al soffitto, di pile di corpi. Migliaia di bambini palestinesi, migliaia di donne palestinesi e migliaia di uomini palestinesi.

Seduto sul suo trono, Zeus era attonito, ammutolito, ma comunque incapace di rompere il suo giuramento. E gli dei che lo guardavano rattristati, impotenti, videro qualcosa che non avevano mai visto prima. Videro Zeus con le lacrime agli occhi. Lacrime di rimpianto. Lacrime di dolore, lacrime di debolezza. Il Dio di tutti gli Dei piange per questo sangue versato e ancora l’Armata dei Morti continua a infilzare con le spade le tenere carni dei bambini e delle donne palestinesi.38. L’effetto farfalla (Butterfly Effect)

Ieri sono stato fortunato; mi sono assicurato un sacco da 25kg di farina per il pane (5 volte il prezzo originale). Dovrebbe bastare per 2 settimane alle 18 persone in casa. Posso anche pensare di ottenere, spero, mezzo cilindro di gas per i fornelli, 6kg, che potrebbe anche durare dieci giorni (anche questo al triplo del prezzo originale).

La legna per il fuoco è rara. La Striscia di Gaza è così piccola, e l’area agricola così limitata; niente boschi o giungle. Le persone hanno iniziato a tagliare gli alberi per farne legna da ardere, anche se gli alberi freschi sono bagnati e non bruciano e non fanno fiamme. Comunque, le persone sono disperate quindi fanno quel che possono per sopravvivere. Povera Gaza. Non resterà neppure un albero. Gli olivi sono stati massacrati, gli alberi per le strade sono tutti rasati. E chi può biasimare le persone che non hanno alternativa? Le situazioni disperate inevitabilmente portano le persone a soluzioni disperate.

Tornando a casa dal mercato su una carretta trainata da un povero asino malfermo, ho visto una piccola farfalla bianca svolazzare accanto all’asino per più di 5 minuti. Che meraviglia vedere una bellezza nel mezzo di questa oscurità. Mi ha fatto sorridere fino a quando non mi sono ricordato che in alcune culture la farfalla bianca è simbolo della morte in arrivo. Personalmente non credo in queste superstizioni, ma ad essere sincero non sono riuscito a scacciarmi l’idea dalla testa. 

Ieri notte più di 500 esseri umani uccisi a Gaza, da nord a sud. La maggior parte erano bambini e donne.

Intorno a me, mentre scrivo questo pezzo, i bombardamenti a raffica non danno segno di scemare. Centinaia di persone stanno venendo uccise in questo momento. Forse anch’io e la mia famiglia saremo tra questi, chi lo sa? Tutti coloro che sono stati uccisi, più di 22.000 esseri umani uccisi in questi 55 giorni, non avevano idea che sarebbero stati uccisi in questo modo brutale. 

Povera farfallina, tu non hai assolutamente nessuna colpa. Sei bella. So benissimo che non sei stata tu, né il tuo effetto. So che è stato l’Esercito d’Occupazione Israeliano che ha ucciso, senza nessuna pietà, tutte queste persone. 

P.S. Mi piacciono le farfalle.39. Un giovane analista politico e militare (A young, political and military analyst) 

Mia moglie, Abeer, sta facendo un lavoro incredibile nella gestione, la facilitazione e il supporto di una grande squadra di psicologi, assistenti sociali, infermiere, fisioterapisti, animatori, terapisti occupazionali e operatori della riabilitazione nei rifugi della zona di mezzo, con il suo lavoro per Humanity and Inclusion. Anch’io seguo e sostengo una squadra di psicologi e assistenti sociali nella zona di mezzo e al sud con il mio lavoro al Centro di Sviluppo MAAN. 

Il nostro ospite è il Dottor Raafat Alyadi, il Direttore dell’ospedale Al Wafa, nel campo profughi Nuseirat. E’ un uomo eccezionale. Ti dà la sensazione che non dorma mai, di essere sempre in movimento, a dirigere squadre enormi di medici, infermiere, impiegati, procurandosi come può tutto quello di cui ha bisogno l’ospedale, contattando ogni giorno tutte le Associazioni Non-Governative e i donatori, facendo in modo di procurare cibo e beni di prima necessità per tutto il suo staff.

Dato che a Nuseirat non c’erano succursali delle nostre organizzazioni, non ha esitato a offrirci un posto munito di elettricità e di connessione a internet per poter lavorare. 

Dopo una lunga giornata all’ospedale di Al Wafa, abbiamo camminato fino al mercato per comprare qualunque cosa riuscissimo a trovare per il pranzo di domani. Senza elettricità per il frigorifero, non possiamo conservare la verdura fresca, e dobbiamo comprarci quello che ci serve giorno per giorno. 

Dopo una lunga giornata di lavoro facciamo 2.5km a piedi per tornare a casa. A volte fermiamo un asino che tira un carretto di legno e il conduttore ci dà un passaggio. Altre volte no, e camminiamo, portando le nostre borse con i computer e le provviste per il giorno successivo. 

Fortunati noi, dopo 20 minuti di cammino abbiamo incontrato un asino diretto alla Sawarha Area, dove abitiamo. Alle redini dell’asino che tirava il carretto c’erano due bambini. Uno di circa 13 anni, l’altro intorno ai 9. 

Hanno detto che i biglietti costavano 3 shekels ciascuno. Siamo stati d’accordo. Dopo qualche minuto abbiamo sentito un’esplosione enorme. Ci ha scossi tutti. Abeer ha detto: “È molto vicino”

Il giovane conduttore di asini, tutto tranquillo, ha detto: “No, è almeno a un chilometro a sud. E’ molto lontano”.

Abeer ha detto: “E come lo sai?”

Il bambino: “Lo so. Dovreste saperlo anche voi”.

Abeer: ‘Perché dovremmo?’

Il bambino: “È la prima volta che vedete una guerra a Gaza? Non siete di qui?’

Abeer: “Si, siamo di qui”.

Il bambino: “Strano. Dovreste essere in grado di calcolare la distanza del luogo delle esplosioni dal loro suono. Dovreste anche saper distinguere le esplosioni da razzo da quelle da bombardamento.”

Abeer: “Come ti chiami?”

Il bambino: “Ahmad.”

Abeer: “Quanti anni hai?”

Ahmad: “9 anni.”

Abeer: “Vai a scuola?”

Ahmad: “Adesso no, sono diventate tutti rifugi, ma certo, a scuola sono in quarta elementare.”

Abeer: “E adesso? Adesso cosa fai?”

Ahmad: “Come puoi vedere, aiuto la mia famiglia a guadagnare qualcosa dopo la morte di mio padre.”

Abeer: “Quando è morto?”

Ahmad: “Due settimane fa. Quando hanno colpito il supermercato al Mercato di Nuseirat. Stava passando di lì quando è successo.”

Abeer: “Hai fratelli?”

Ahmad: “Sì (indicando l’altro bambino). Lui è Hasan, il mio fratello maggiore, e due sorelle più piccole a casa, e mia madre.”

Abeer: “Cosa pensi che succederà, Ahmad?”

Ahmad: “Beh, il sogno degli Israeliani è di vedere Gaza vuota, costi quel che costi. Continueranno a colpire, bombardare, uccidere, finché non ci cacceranno o uccideranno tutti.”

Abeer: “E cosa pensi che dovremmo fare?”

Ahmad: “Fare quello che facciamo ora. Restare, e vivere.”40. Pessimo figlio (Bad son)

Si, mia madre è arrabbiata con me, e ha ragione ad esserlo, sono un pessimo figlio. 

Oggi sono tornato dal lavoro e stava piangendo. Si, mia madre di 83 anni, bloccata a letto, stava piangendo. All’inizio si rifiutava di dirmi il perché, diceva solo: “Voglio tornare a casa. Riportami a casa.”

Le ho spiegato molte volte che questo non è più possibile, da quando abbiamo lasciato Gaza City, il 12 Ottobre, e siamo venuti qui a Nuseirat. Le ho detto molte volte che l’esercito israeliano ha isolato Gaza City e il nord bloccando la strada al bivio di Netzarim, il bivio tra Gaza Nord e la parte centrale della Striscia di Gaza. 

Non mi crede. Dice che Netzarim è a Jabaliya, non ha niente a che vedere con Gaza City. Qualunque cosa le dica la fa solo arrabbiare di più, e non mi crede. Non sa che sarebbe più facile raggiungere la luna che Gaza City senza finire colpiti da un cecchino o uccisi da un bombardamento. 

Ho smesso di cercare di convincerla. Mi sono seduto sul mio materasso davanti al suo letto e ho ascoltato le sue lamentele. 

“Non sei più lo stesso figlio che avevo. Da quando siamo qui non mi hai fatto più vedere le mie figlie, i miei figli e i miei nipoti. A casa mi venivano a trovare tutti i giorni, li vedevo tutti i giorni. Adesso non vedo più nessuno, non chiamo nessuno. Mi hai tolto tutto, non mi porti caffè o dolci, caramelle, neanche frutta, nessun tipo di frutta. Mi portavi le banane, le pesche, i datteri, le mele, le fragole, tantissima frutta, adesso non mi porti niente. Dici che gli Israeliani non la fanno arrivare a Gaza. Ma come? Come puoi pensare che ti creda?

Quando verrà Aroki gli dirò di quanto sei cambiato. Mi portava i namoura (dolcetti dell’est). Da quanto tempo è che non me ne porti? Lo sai com’è. E’ il tuo amico Aroki che si ricorda sempre, me ne porta 2kg, non 1. Aspetta che torni. Gli dirò di quanto sei cambiato. Come sei diventato pessimo. Non può essere. Non sei più il figlio che eri.”

E come posso biasimarla? Non lo faccio. Capisco che tutto questo non sia facile da credere. Come può una persona che è padrona delle sue facoltà mentali credere che non sia possibile raggiungere casa nostra, che dista solo 9km? Come?

Come può essere che non ci sia il caffè al mercato? Come?

Come può essere che non ci siano caramelle, dolci, frutta al mercato? Come?

Non è colpa di mia madre, è colpa mia perché non sono capace di volare e di attraversare i confini e di arrivare fino a un posto dove io possa trovare frutta, cioccolato, caramelle, caffè, e tutto quello che mia madre desidera. 

E’ colpa mia se non riesco a raggiungere Khan Younis o Deir El Balah o Rafah, per andare a prendere i miei fratelli e le mie sorelle in modo che mia madre possa vederli. 

E’ colpa mia se non ho una bacchetta magica per aggiustare le reti di comunicazione con un tocco magico. 

Scusami, madre. Perdonami di essere un pessimo figlio.41. Di ritorno dal mercato (Back from market)

Mia sorella a Deir Al Balah mi ha chiamato ieri sera supplicandomi di trovarle delle coperte. Ne divide una con sua suocera. Dorme in un’aula di scuola vicino al mare, i suoi tre figli dormono in una tenda di plastica nel cortile di una delle scuole e sono costretti a dividersi una sola coperta in tre. Anch’io non ne ho molte. Per fortuna avevo comprato 2 coperte buone due mesi fa, in preparazione per i mesi freddi dell’inverno. Abeer mi ha detto che la sua famiglia ha 3 coperte in più di cui possono fare a meno, e che noi potremmo darle via. Vecchie, leggere, ma almeno possiamo darle. 

La mattina siamo usciti. Abeer ha preso per l’ospedale Al Awda, io per l’ospedale Al Aqsa a Deir Al Balah. Ho scritto a mia sorella d’incontrarmi lì, in modo da poter vedere anche mio fratello e la sua famiglia, che si sono rifugiati nel cortile dell’ospedale vuoto come migliaia di altre persone. 

Sono arrivato alle 9.20, facendo metà della strada a piedi, 1 km su un carretto trainato da un asino, e per finire in taxi per il resto della distanza.

La tenda di mio fratello e della sua famiglia è larga 2m quadrati. Niente materassi, coperte scadenti, pezzi di cartone invece dei materassi. I 2m quadrati includono tutti i loro averi accanto ai due posti per dormire. Sono in 5. Si dividono lo spazio per dormire a turni. 2 persone dormono per un po’, e poi si danno il cambio. Nessun materasso, una coperta per terra e una coperta sui loro corpi. È tutto quello che hanno.  L’impotenza è un sentimento micidiale. Mia sorella non era ancora arrivata. Non potevo restare. Ho detto a mio fratello di prendersi una delle tre coperte e di dare le altre due a mia sorella e me ne sono andato. Me ne sono andato via veloce, vergognandomi perché di coperte io ne ho una buona, e perché ho un tetto sulla testa, e perché ho un materasso sotto al mio corpo. Non c’è spazio per nessun altro in casa dei miei suoceri, ospitano già me, mia madre, mia moglie, la sorella di mia moglie e suo marito e i suoi bambini, due cugine con i loro bambini, nonché ovviamente la sua famiglia; i suoi genitori e le sue sorelle. 

Niente internet a Nuseirat per tre giorni, comunicazioni al cellulare difficili, quasi zero. Non c’era molto da fare all’ospedale Al Awda; una giornata di lavoro corta.

Siamo passati al mercato, io e mia moglie, Abeer. Abbiamo comprato delle verdure e delle medicine per l’influenza. Era una giornata di pioggia. Non ha mai smesso. Pioggia leggera e pioggia pesante. Abbiamo trovato solo un carretto trainato da un asino che ci desse un passaggio – ovviamente senza tetto. La velocità di un asino non è maggiore della velocità di un uomo, se ci metti il peso dei passeggeri con la loro spesa; per percorrere la distanza di 2.5km tra il mercato e casa ci vuole almeno mezz’ora. Dopo dieci minuti di camminata lenta, ha iniziato a piovere. Pioggerellina leggera, all’inizio, poi pioggia pesante, molto pesante; le gocce ci facevano male. Niente da fare. Siamo rimasti seduti sul carretto, senza parlare, non una parola, fino a quando siamo arrivati, fradici, completamente bagnati fino all’osso. Siamo entrati, ci siamo spogliati, abbiamo indossato  vestiti nuovi, caldi, puliti. Abbiamo tirato fuori i computer dagli zaini. Era entrata l’acqua! L’acqua era entrata nello schermo del mio computer, sono così preoccupato che sia rovinato! Spero di no.

Mi sono steso sul materasso, mi sono tirato la coperta sopra, pesante, morbida, sul corpo, e ho pensato alla famiglia di mio fratello, alla famiglia di mia sorella, e alle migliaia di famiglie che dormono, là fuori, nelle tende di plastica che non bloccano la pioggia, non bloccano il vento, non bloccano il freddo. Ci sono migliaia di famiglie che non hanno neanche una tenda così a Deir Al Balah, a Khan Younis, a Rafah, a Gaza City, a Jabaliya, a Beit Lahia, a Zaytoun, a Shujaiya, a Mawasi. Non mi sento in colpa ma mi sento male, così impotente, così debole. Mi sento un niente.43. Madre Coraggio (non Bertold Brecht) (Mother Courage (Not Bertold Brecht))

Molti venditori espongono piccole mercanzie lungo il muro della scuola, il rifugio, e lo fanno su piccoli e sgangherati tavolinetti di legno, o su una scatola di cartone, o anche su un telo di plastica steso in terra. Poche lattine di carne, lattine di tonno, lattine di birra, sigarette, zucchero, riso. Alcuni ne hanno per il valore di $200, mentre per altri la somma di tutte le loro mercanzie non ammonta a più di $30. Cercano di guadagnare abbastanza per sfamare loro stessi e le loro famiglie, alla giornata. 

Tra di loro una donna, una signora di mezza età con i capelli quasi completamente coperti da un velo, cuoce il pane in un forno di fango. Una fila di persone è in attesa di comprare una pagnotta o due, o qualcosa. Ogni tanto chiama suo figlio di 7 o 8 anni e lo esorta ad alimentare il fuoco con pezzetti di legno – una scena del tutto ordinaria a Gaza, soprattutto nei paraggi delle scuole-rifugio. 

Mi sono messo in fila per comprare del pane, quando un giornalista si è avvicinato alla donna per chiederle un’intervista. Lei lo ha apostrofato senza nemmeno guardarlo: “Lo vedi anche tu che sono occupata”. Il giornalista si è mostrato paziente e gentile. Le ha chiesto se potesse filmarla per documentare la vita quotidiana nei mercati e nei rifugi. E lei ha scosso il capo, come per dire che non glie ne importava un granché, che le era indifferente. Intanto il reporter ha fatto un gesto al cameraman e lui ha iniziato a riprendere.

Il giornalista:

“Fai questo da molto tempo?”

La donna:

“Il pane? Da un mese.”

Il giornalista:

“Hai costruito tu il forno di fango?”

La donna:

“No, l’ho comprato da uno che l’aveva costruito ma che non poteva lavorarci. Era troppo vecchio per questo lavoro.”

Giornalista:

“Sei di qui? Voglio dire, del campo di Nuseirat?”

La Donna:

(Senza smettere di lavorare, infornando l’impasto, e dandogli una girata ogni tanto con un bastone di legno)

“No. Non di qui.”

(Rivolgendosi a un cliente)

“Non ho il resto di cento shekels. Vai a farteli cambiare e torna.”

Giornalista:

“Da dove vieni?”

La donna:

“Da molti posti, dopo il 12 ottobre.”

Giornalista:

“Tipo dove?”

La donna:

“Da Beit Hanoun. Quando hanno iniziato a bombardare, mio figlio e mio suocero sono stati uccisi. I bombardamenti erano mirati alla casa dei vicini. Li hanno uccisi tutti.” 

Ha smesso di parlare, continuando a lavorare e il giornalista non l’ha incalzata. Lei ha sollevato di nuovo la testa, guardando il giornalista per un secondo, poi si è rivolta verso il forno e ha continuato la sua storia.

La donna:

“Ci siamo spostati nella mia casa di famiglia al Campo Shati, ‘Beach Camp’, ero al mercato con questo figlio piccolo quando abbiamo sentito un’enorme esplosione da una bomba aerea. Sono tornata a casa con delle verdure. Hanno bombardato una casa accanto alla nostra e i miei genitori e mio marito sono stati uccisi. Erano tutti sotto le macerie. Ho riconosciuto mio marito dai suoi piedi che spuntavano dalle macerie. Gli mancava un dito, lo aveva perso in un incidente di lavoro in Israele due anni fa. Lavorava nell’edilizia. Quando ha avuto l’incidente il suo capo non ha fatto niente, l’ha mandato a casa e non l’ha mai più fatto lavorare. Ovviamente, nessun risarcimento. In Israele non registrano come lavoratori legali i palestinesi. Ci usano solo per i lavori sottopagati, ecco tutto. Il mio povero marito si è riposato solo da morto.” 

(al suo piccolo figlio)

“Basta legna, abbiamo quasi finito.”

(A un cliente)

“Questo ti costerà 4 shekels.” 

Ha guardato il giornalista. Era ancora lì che puntava il microfono verso di lei, l’operatore era concentrato su di lei.

La donna:

“Quindi ci siamo spostati a Zahra City, da mia sorella che si è sposata e vive lì. Ci hanno seguiti con le bombe. Mia figlia e mia suocera sono state uccise. Siamo venuti qui: io e questo piccolo bambino, il figlio di mia sorella e la sua sorella ferita. Stiamo in questa scuola.” (Ha indicato la scuola dietro di lei)

Il giornalista:

“E come fai? UNRWA distribuisce cibo alla scuola?”

La donna:

“Sì. Vengono ogni paio di giorni, danno alcune latte di cibo a ogni famiglia, dei biscotti, del sapone, a malapena abbastanza per un giorno. Comunque siamo ancora vivi.” 

Giornalista:

“E l’acqua? L’igiene? I gabinetti?”

La donna:

“Questa è un’altra storia. Mi sveglio alle 4 di mattina per mettermi in fila per il gabinetto. A quell’ora c’è una fila di 7-15 persone. Se faccio tardi, trovo una fila di 50 o 60 persone. Prendo mia sorella, ferita, sua figlia, e il suo piccolo figlio. Facciamo le nostre cose e poi torniamo a dormire. Distribuiscono bottiglie di acqua minerale. Non le uso. Le vendo. Sopravviviamo, qui.”

Giornalista:

“Cosa fanno le altre donne?”

La donna:

“Le altre donne? Sì, c’era una donna incinta, l’abbiamo aiutata a partorire in una classe. E’ stata fortunata, ha avuto un buon parto, non ha avuto bisogno dell’ospedale. Ci prendiamo cura una dell’altra nella nostra classe. Non come nelle altre classi, tutto il giorno senti urlare, inveire, gridare, litigare. Siamo fortunati. Quando sono fuori si prendono cura di mia sorella e di sua figlia di due anni.” 

Giornalista:

“Come trovi la legna per il forno?”

La donna:

“All’inizio era facile, raccoglievo pezzi di legno in strada, negli uliveti qui vicino. Poi ho iniziato a comprarli dai venditori di legna. Costava 1.2 shekel al chilo all’inizio e poi il prezzo è salito, come tutti i prezzi, adesso è 3 shekel al chilo. Tutti usano il fuoco adesso e non c’è gas per i fornelli o carburante. C’è penuria dappertutto.”

La donna ha iniziato a ripulire, a spegnere il fuoco, a raccogliere i pezzettini di legno che non aveva ancora bruciato, e ha ricoperto il forno con un pezzo di tessuto. Ha preso suo figlio in braccio e si sono diretti verso la scuola. L’operatore l’ha seguita con la sua lente fino a quando non è sparita dentro alla scuola.45. Paura, solitudine (Fear, loneliness)

Io la paura ce l’ho fissa, fin dall’inizio di questo brutale massacro, da quando è cominciata l’uccisione della gente di Gaza. Il tipo di paura che uno pensa di poter tenere sotto controllo occupandosi della propria famiglia, dandosi da fare, prendendosi cura delle necessità altrui, contribuendo al lavoro dei propri colleghi, dei consulenti e degli assistenti sociali presenti presso i rifugi, scrivendo i miei diari e condividendoli con amici in tutto il mondo. Il tipo di paura che uno si tiene dentro e ignora, anche se le ragioni per provare paura e panico non scarseggiano – bombardamenti a caso, raffiche, sparatorie, distruzione, cifre che oltrepassano i 27.000 morti e i 54.000 feriti. Eppure, mi tengo tutto dentro.

A partire da ieri provo qualcosa di diverso. La mia paura è cambiata. Da quando l’esercito israeliano ha ordinato alla gente che si trova nel Campo di Bureij e in parte nel campo di Nuseirat, dove sono sfollato, non provo più le stesse cose. Avrei potuto essere ucciso prima, in qualsiasi momento, da uno qualsiasi di questi bombardamenti, eppure adesso me lo sento arrivare addosso, su di me, sulla mia famiglia.

Solo tre dei i miei amici di Gaza City sono sfollati a Bureij e Nuseirat. Tutti e tre si trovano nelle zone dove è scattato l’ordine di evacuazione. Ieri ho provato a a chiamarli al cellulare. Invano.  Sono andato a piedi da uno di loro. Non c’era. Era troppo tardi per raggiungere gli altri a piedi – uno a Bureij e l’altro a Nuseirat, vicino a Bureij, separati dalla Salahaddeen Road. Bureij, a est di Salahaddeen, confina con Israele, e Nuseirat è a ovest.

Oggi sono andato all’Ospedale Al Awda. Il primo messaggio era del mio amico e collega, Mohammed:

Caro Hossam,

Sto per partire con la mia famiglia per Rafah. Adesso mi sto dando da fare alla ricerca di materiali per costruire una tenda a Rafah. Non so quando riusciremo a comunicare o a incontrarci di nuovo. Spero presto.

Nel frattempo, riguardati.

Mohammed.

Non so perché, dopo aver letto questo messaggio, una forte sensazione di paura era salita in superficie, superando la mia capacità di tollerarla.

Non potevo restare lì. Pensai di andare a Bureij a vedere come stava il mio amico Eyad. I bombardamenti e i colpi dell’artiglieria pesante erano già in corso dalla notte precedente. Rinunciai all’idea, anche se questo mi fece sentire un vigliacco.

I miei pensieri si rivolsero poi a Maher. È a Nuseirat. Ci andrò. Ho camminato per 2 chilometri, e quando sono arrivato non ho visto alcuna automobile davanti a casa sua. È un edificio a tre piani. Fino a ieri aveva avuto in casa più di 80 persone. Il fratello di Maher, il padrone di casa, era lì che prelevava le sue cose dalla casa e le caricava in un minibus. Materassi, coperte, sacchi di farina, valigie, borse…

“Che cosa è successo?” gli chiesi

“Ce ne andiamo.”

“Dov’è Maher?”

“Se ne è andato via ieri con la sua famiglia, se ne sono andati via tutti, io e mia moglie siamo gli ultimi.”

“Dove?”

“Rafah. Abbiamo un fratello che abita lì, Maher e la sua famiglia sono andati lì, mia moglie ed io andremo a casa di mia figlia a Zawayda.”

Non c’era altro da aggiungere. Lui aveva da fare e si affrettava a caricare la sua roba.

“Arrivederci, buon viaggio.”

Tornando verso l’Ospedale di Al Awda, con il cellulare in mano per tutto il tragitto, ho cercato di chiamare Eyad. Ci ho provato più di 50 volte, ma nessuna delle chiamate è andata a buon fine.

Mi sono fermato tutt’a un tratto. C’era qualcosa che non andava. Mi gira la testa, non riesco a camminare bene. La paura mi assale dalla cima della testa fino alla pianta dei piedi. Non mi sento bene. Continuo a camminare. Arrivo all’ospedale, entro in ufficio. Comincio a raccogliere la mia roba; il laptop, il caricatore del cellulare, la piccola batteria che uso per accendere alcune lampadine led. Avevo finito di fare tutto e mi stavo preparando ad andare via. Poi mi sono seduto di nuovo. Non potevo tornare a casa in preda a queste sensazioni. Dovevo prima darmi una calmata.

Arrivato a casa, mi sono consultato con Abeer per decidere cosa fare.

Ha una sorella a Rafah, vedova, con 5 figlie che vivono nei paraggi dell’Ospedale Alnajjar, in una piccolissima casa di due stanze dotata di un piccolo salotto. Potremmo andare lì? Potremmo mandarci qualcuno dei nostri in modo che se succede qualcosa qui possiamo muoverci più facilmente e più snelli? Siamo in 22 circa. Magari sua madre e sua sorella con la sua famiglia potranno andarci domani e poi noi decideremo sul da farsi.  

Non abbiamo ancora deciso. Stiamo ancora discutendo le varie opzioni quando suo fratello, sua moglie e i loro 3 bambini arrivano con i bagagli. Erano a Nuseirat, non lontano dalla zona che deve essere evacuata. Per questo cercano un rifugio a casa di suo padre. Mi sembra giusto.

E poi? Abbiamo concluso la discussione senza decidere nulla.  Non c’è nessun posto sicuro nella zona di Gaza. La gente si sposta da un posto all’altro in cerca di una sicurezza inesistente. E io sono uno di questi. C’è una bufera fuori, il vento urla, c’è una pioggia fitta e il freddo mi gela le ossa, mentre il bombardamento continua, e questa volta non è per niente lontano. 

Ho paura. Mi sento tanto solo.46. Terza evacuazione, a Rafah (The third displacement, to Rafah)

A questo punto devo prendere una decisione – il cognato di mia moglie Abeer e la sua famiglia, le sue cugine e loro figlia sono arrivati a casa dei miei suoceri. Una casa che pullula di donne e bambini, alcuni di noi dovranno spostarsi a Rafah, la destinazione successiva dopo Gaza City e Nuseirat. Dovranno fare tutti parte di una sola famiglia. Io rimango l’estraneo. Decido di tenermi stretta mia madre e di andarmene con lei. Abeer decide di restare con i suoi genitori e le sorelle. E quindi dovremo separarci. Non so per quanto tempo. Non so se ci rivedremo più.

Trovare un taxi a Rafah non è stato facile, mi è toccato andare a piedi da Sawarha a Via Salahaddeen, dove ne passano tanti. 5km a piedi, anzi, di corsa, o quasi. Erano le 14 e 40, mancavano meno di 3 ore al calare del buio. Dovevo assolutamente raggiungere Rafah prima del buio. Il buio è un’altra cosa da temere, un altro elemento di incertezza.

Alla fine ho trovato un taxi che voleva un sacco di soldi. Ma non c’era scelta, ci siamo messi d’accordo su $100, quasi 20 volte il prezzo normale. Siamo tornati a Sawarha in macchina e ho caricato la nostra roba – 2 materassi, 2 coperte, 2 borse piene di vestiti e una bombola del gas mezza piena, sufficiente per 2 settimane.

A quel punto ancora non sapevo dove andare a Rafah. Ho chiamato un amico che era lì per chiedergli di trovarmi un posto, consapevole di chiedergli l’impossibile. Più di un milione di sfollati si sono. ammassati a Rafah, una cittadina di meno di 100.000 abitanti che adesso ospita 10 volte il numero di persone che costituiva la sua popolazione locale.

Da Nuseirat abbiamo preso la strada costiera, ansiosi e turbati dalla marina israeliana all’orizzonte; conosciamo molte storie di persone bersagliate e uccise lungo la costa. All’imbocco per Khan Younis, sul versante ovest, intorno a Mawasi, ci sono degli appezzamenti agricoli che costituiscono una zona per lo più disabitata. In passato uscivamo in macchina da Gaza City a fare le scampagnate lì, e trascorrevamo il fine settimana lontano dalla folla e dal rumore della città. Il cambiamento è incredibile, con migliaia e migliaia di persone lungo la strada principale, che sembra un mercato delle pulci, dove si vendono cose da mangiare, vestiti di seconda mano e altra roba. Su entrambi i lati della strada principale, centinaia di tende raffazzonate con teli di plastica da quattro soldi.

Arrivati a Rafah si ripetono le stesse immagini, la stessa situazione. Folla ovunque, tende dappertutto, piccoli venditori ambulanti dappertutto. Gente che si agita di qua e di là, avanti e indietro, avvolti in una gran confusione. Sporco e immondizia da tutte le parti, distruzione ovunque, case bombardate a perdita d’occhio. Grigio e nero sono i colori predominanti, come se i colori della vita fossero stati banditi da Gaza. Gli alberi per la strada sono stati tutti abbattuti, la gente ci fa la legna per accendere il fuoco. Il colore verde è svanito, e perfino il cielo in questa stagione nasconde il suo colore blu per mostrarsi grigio e cupo.

Alcuni dei miei amici che sono arrivati a Rafah prima di me si sono sistemati in tende lungo la strada; le tende non proteggono dal freddo e dalla pioggia, ma loro non hanno avuto altra scelta, era l’unica possibilità. Come farò con mia madre, che ha 83 anni ed è costretta a letto?

Chiamo il mio amico in continuazione, ma non riesco a collegarmi. Ci ho provato più di 60 volte e finalmente mi ha risposto. Mi ha detto di dirigermi alla casa della sua famiglia a Rafah. So già che non hanno posto, che non c’è più spazio per nessuno. So che da loro ci sono già più di cento persone.

Sono arrivato da lui e mi ha accolto con un gran sorriso.

  • Un bel colpo di fortuna!
  • Come? Perché?
  • Ho chiesto a un amico ammanicato di trovarti un appartamento in affitto. È un uomo d’affari benestante ma non è riuscito a trovare niente.  
  • E allora qual’è la novità?
  • Poi mi ha chiesto: “Per chi sarebbe?’ e io gli ho detto che sarebbe per un amico con la madre costretta a letto. Allora ha deciso di ospitarvi a casa sua.
  • Sul serio? Non voglio dar fastidio a nessuno.
  • Non preoccuparti, andiamo.

È salito in macchina con noi, dando istruzioni all’autista per arrivare a casa del suo amico.

Siamo arrivati a un bell’edificio di tre piani, con un cortile da un lato e un tetto di legno decorato.

L’uomo era lì che ci aspettava con un bel sorriso, molto espansivo e accogliente.

Ha chiesto ai suoi figli di scaricarci la roba, e non ha permesso che portassi nulla. Al piano terra c’era un bel salotto e una stanza da letto con bagno. L’uomo mi si è rivolto e mi ha detto: “Spero che questa possa andarti bene.”

Io sono rimasto senza parole, incapace di esprimere la mia gratitudine, seguitando a ringraziarlo: “Grazie, grazie.”

Ho messo mia madre a letto. Ci hanno portato da mangiare e mi hanno chiesto se volessi fare una doccia. Una doccia? Uuuh. Una doccia calda. Non ci potevo credere: sarebbe stata la prima volta in tre mesi. Sono tre mesi che mi lavo usando un secchio di plastica e l’acqua fredda.

Mia madre era molto stanca dopo il viaggio. Si è addormentata.

Dopo la doccia sono andato in cortile. C’erano degli uomini intorno al fuoco che stavano preparando il the. Ci siamo accovacciati a terra, e ci siamo fermati lì a chiacchiera fino alle 8 di sera. Poi ce ne siamo andati tutti a letto. Non facevano altro che chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, e non la smettevano mai di dire “Tua madre è nostra madre, non preoccuparti per lei.”

Ho dormito. Mia madre ha dormito.48. Giorno e notte (Day and night)

Mi alzo tutte le mattine alle 6.30. Il mio ospite è sorprendente. Alle 6 è già in cortile ad accendere il fuoco per preparare la colazione e il the caldo. Non mi permette di uscire di casa senza la colazione!  Si informa di mia madre chiedendo ripetutamente se lei o io avessimo bisogno di qualcosa.

Esco alle 8 e mi dirigo all’ufficio della mia organizzazione, la Ma’an Development Agency a Rafah. Una casa strapiena di persone provenienti da ogni parte del modo, da molte associazioni che non hanno sede fissa, che cercano di seguire da vicino i loro interventi per la gente.

Rafah aveva 170.000 abitanti e adesso ne ospita più di 1 milione, metà dei quali vive in strada, in tende di plastica che non proteggono dal freddo né dalla pioggia. Ma questo è quello che c’è. Il mercato nel centro della città è congestionato, sembra che il milione di persone sia tutto concentrato lì.

Molto del lavoro che facciamo viene prima ancora del supporto psicologico: distribuiamo cibo e pasti caldi, costruiamo cucine, forniamo kit igienici e taniche d’acqua alle persone che vivono nei ripari o in piccoli nuclei. Diamo abiti ai bambini, stiamo cercando di distribuire tende migliori per la gente, abbiamo uno staff che pulisce le scuole e i bagni ogni giorno. Tutte queste cose, così come quelle offerte dall’UNRWA e dalle organizzazioni umanitarie è pari a zero rispetto ai bisogni reali delle persone. Con l’arrestarsi della vita normale le persone non hanno più entrate, e la sola cosa che gli preme adesso è un riparo e il cibo. Due milioni e duecentomila persone. Ma prima di tutto le persone necessitano di sicurezza e dignità. Che non abbiamo più.

Io sono stato coinvolto in tutto questo come membro della squadra di emergenza della Ma’an. Non posso pensare a nient’altro; è come essere un’ape in un alveare. Ma non posso rimanere in ufficio più di 5 ore; devo tornare da mia madre che va in panico se verso le 2 si accorge che non sono rientrato. Arrivato a casa vado subito da lei e lei comunque si lamenta, che io sia in anticipo o in ritardo. Mi occupo dei suoi bisogni e provo a fermarmi.

Fermarmi!!! Odio fermarmi, perché quando mi fermo partono i pensieri.

Cosa è successo a mio fratello e a mia sorella, alle loro famiglie? Saranno vivi? Saranno sopravvissuti? Forse qualcuno è sopravvissuto. Nessun contatto da tre giorni con mia moglie Abeer e la sua famiglia. Domani andrò a Nuseirat a controllare, volevo andare prima ma non ho potuto farlo.

Quando finirà quest’incubo? Avrà una fine? Che tipo di fine? Come sarà la vita quando sarà tutto finito, con le città ed i villaggi completamente distrutti? Quale sarà l’autorità governativa? Una nuova occupazione militare israeliana? L’autorità corrotta di Ramallah? Di nuovo Hamas?

Sebbene cerchi di intrattenermi con la famiglia che ci ospita per scacciare i pensieri, la notte arriva.  Pensieri oscuri mi invadono la mente, mi addormento, non so come, e la mattina mi sveglio stanco come se non avessi dormito affatto, come se non mi fossi riposato.51. Agonia (Agony)

Oggi sono andato a Sawarha a incontrare mia moglie Abeer e per portarle del cibo e qualche articolo per l’igiene, cose che sono diventate rare a Sawarha. Sono uscito alle 8.30 del mattino.

A Rafah c’è una folla incredibile; per percorrere 100m ci vogliono almeno 10 minuti. Questa città di 200.000 abitanti con infrastrutture fragili ha accolto 1 milione di persone (parlerò di Rafah in un’altra occasione).

Cerco un taxi per Sawarha, il prezzo normalmente è di un dollaro e mezzo. Il primo taxi me ne ha chiesti 150. L’ho lasciato in piena trattativa e sono andato a cercarmene un altro. Finalmente ne ho trovato uno ma non a meno di 65$, alla condizione che lui potesse caricare altri passeggeri lungo il percorso. Non ho avuto scelta, siamo partiti. Abbiamo impiegato 30 minuti per uscire dalla città in direzione di Khan Younis, ma non siamo potuti arrivare fino a lì perché c’era l’esercito israeliano. L’autista ha preso diverse strade alternative che non conoscevo fino a raggiungere la strada costiera. 

Tende ovunque, ovunque venditori che riciclano il cibo degli aiuti umanitari e ostruiscono il passaggio.  A tratti l’auto procede a passo d’uomo. Abbiamo raggiunto Deir Al Balah, poi Zawaida e infine Sawarha. Abbiamo impiegato 1 ora e 20 minuti per coprire una distanza di meno di 3 km. Un lunga fila di macchine, camion, carretti trainati dagli asini, ciascun veicolo stravolto di persone, materassi, roba, cucine a gas, taniche per l’acqua, sacchi di farina, veicoli pieni all’inverosimile che si muovono verso sud, evacuati da Nuseirat. Parrebbe il giorno del giudizio, le persone sono stanche, disperate, sporche. Gli uomini hanno la barba incolta, ovunque bimbi che piangono impauriti. La paura è palpabile. Vanno a Rafah senza sapere cosa li aspetta. Tutti intuiscono la congestione che li aspetta a Rafah, non solo nelle case e negli edifici delle pubbliche istituzioni, ma anche nelle strade, nei parchi, nelle viuzze gremite di tende e persone che scappano dai bombardamenti e dall’invasione militare. Scappano per salvarsi la pelle, ma non hanno un’idea chiara della loro meta o di cosa li aspetta.

Alcuni volontari cercano di districare il traffico, ma è un’impresa impossibile. Alcune macchine sono ferme per avarie al motore, ma non ci sono corsie laterali dove poter sostare per non bloccare il traffico. La strada passa vicino alle scuole-tendopoli sulla strada del mare, il che rende tutto ancora più difficile. Centinaia di venditori ambulanti davanti alle scuole, migliaia di persone che vagano bloccando la strada. Sono preoccupato dal ritardo, se non rientro entro l’una mia madre si preoccuperà. 

Da Rafah a Sawarha normalmente si impiegano 20 minuti anche se c’è un ingorgo. 

Arrivo alle 11.30. Sawarha ha l’aria tranquilla, è a 2,5 km dal centro di Nuseirat, ma l’invasione non demorde. L’esercito israeliano ha iniziato a invadere un piccolo cantone di Nuseirat due settimane fa. Ora hanno già preso l’intera area, lasciando cumuli di distruzione e centinaia di morti. Bombardamenti e sparatorie.

Concordo con l’autista: bisogna andarsene da Sawarha e ritornare a Rafah, così ho visto Abeer per meno di 10 minuti. Sono tutti vivi, lei e la sua famiglia, ma non si può dire che nessuno stia tanto bene. 

Buddy, il mio cane, è stato così felice di vedermi. E io felice di vedere lui. Ha iniziato a saltellare e girarmi intorno. Non volevo più andarmene, volevo restare con mia moglie e con il mio cane. Voglio tornare a casa, fermarmi, dormire nel mio letto e sedere al balcone con mia moglie, mia figlia e il mio cane come abbiamo sempre fatto ogni sera, sorseggiando un caffè. Ho solo bisogno di tregua e di tranquillità, null’altro. 

Ho discusso il piano dello spostamento a Rafah con Abeer. I suoi genitori si rifiutano di fuggire finché non vedranno tutte le altre persone lasciare l’area. Abeer è incerta sull’abbandonarli oppure no, neanch’io so cosa fare. Che situazione complessa. Provare a convincerli non serve a nulla. Capisco che sono stanchi di spostarsi di posto in posto. Sono troppo anziani per sopportare ancora quest’agonia. Restare è il loro unico modo di dimostrare che non si arrendono. Il tempo vola, non mi rimangono più di 2 ore per tornare a Rafah da mia madre. Ho lasciato la roba davanti alla porta e riparto. Sono d’accordo con Abeer di sentirci al cellulare. 

Il viaggio di ritorno a Rafah è uguale a quello dell’andata. La stessa folla, la stessa disperazione, lo stesso traffico e le stesse auto imbottite di persone con tutti i loro averi. Un percorso affollato di venditori ambulanti che vendevano il cibo degli aiuti. Un viaggio carico di agonia.57. Abu Hamza

Come ogni sera un gruppo di persone si riuniscono nel cortile laterale della casa di Abu Khaled. Il fuoco è acceso, l’acqua bolle nella teiera. Qualcuno viene, qualcuno va, fino alle otto o alle nove, finché l’ultimo ospite non se ne va. 

Abu Hamza è stato uno degli ultimi ospiti stasera. È un uomo di cinquantacinque anni, alto, grosso, con barba. Io sono entrato mentre stavano parlando. Abu Hamza stava raccontando cosa gli era successo la notte scorsa a Khan Younis.

Ha una casa di tre piani vicino la zona di Mawasi a Khan Younis, non lontano dal mare. È la zona in cui l’esercito israeliano continuava a dirigere la gente; era considerata area sicura.

Parla Abu Hamza:

“È stata una notte infernale. Missili, bombe, spari, artiglieria pesante non si sono fermati un attimo, molto vicino a casa nostra.

Siamo una settantina di persone. Molte famiglie si sono riunite lì dopo aver evacuato Gaza e la zona centrale. Il più vecchio ha ottant’anni e il più giovane tre mesi. Ragazzi, ragazze, uomini, donne, di tutte le età.  Ci siamo accalcati tutti in due camere al secondo piano per la paura. Poi, verso le due di notte, abbiamo sentito un rumore terribile. Crash. Un bulldozer ha sfondato il muro della casa al primo piano. Colpi di artiglieria pesante dentro casa nostra per più di un’ora. Non so come sia passata quest’ora.

Dopo un’ora abbiamo sentito un gran movimento dentro casa. Molte persone invadono la casa, salgono le scale. Un gruppo di soldati israeliani sfonda le porte delle stanze dove ci stavamo nascondendo. Ci hanno spintonato al piano di sotto, strillandoci in una strana lingua. I bambini si sono messi a gridare, le donne a piangere, gli uomini a pregare e i soldati continuavano a urlare e a spingerci giù per le scale e fuori dalla casa. In strada c’erano diversi carri armati e veicoli blindati. Ci hanno separati; le donne e i bambini da una parte e gli uomini dall’altra. Un soldato che parlava arabo ci urlava incessantemente di spogliarci:

“Toglietevi i vestiti. Tutti i vestiti.”

Altri due soldati vicino a lui ci urlavano addosso, anche rivolgendosi in alto. 

Abbiamo iniziato a toglierci tutti i vestiti tranne la biancheria. Continuava a urlare:

“Tutto, toglietevi tutto.”

Alcuni soldati avevano cominciato a picchiarci a caso, prendendoci a pedate e colpendoci con i calci dei fucili. 

Giù! State giù!”

E continuava a urlare,

“Faccia a terra! Tutti con la faccia a terra! Mani dietro la schiena! Mani dietro la schiena!” 

Con le facce a terra le urla e i pianti delle donne e dei bambini ci attraversano le orecchie come coltelli piantati nel cuore.

Ci hanno lasciati per un’ora in quella posizione. Poi hanno iniziato la ritirata. Noi non potevamo vederli; era una delle notti più buie, senza luna, né stelle, e, naturalmente, senza illuminazione. Durante la ritirata quello che parlava arabo continuava a gridare:

“Andate a Rafah! Non state qui! Morirete se restate! Andatevene a Rafah!” 

E così abbiamo fatto. Siamo venuti a Rafah.

Erano le quattro del mattino, e siamo rientrati in casa con la fiochissima luce dell’alba. Siamo passati dalla porta, ignorando il gran buco nel muro che avevano lasciato. Facevamo finta di nulla, come se ci fosse ancora il muro. 

Abbiamo racimolato tutto quel che potevamo, materassi, coperte, oggetti personali, e siamo andati a Rafah.

Siamo arrivati alle sei e mezza del mattino. Ora siamo sparsi in molte case diverse, separati temporaneamente. Sono tutte case già piene, che possono ospitarci solo per qualche ora. Abbiamo bisogno di affittare degli appartamenti, almeno due.

Abu Khaled come suo solito stava facendo quel che sapeva fare meglio: cercava di aiutare, chiamava i conoscenti per vedere se avessero appartamenti a disposizione. Si era fatto tardi. Oggi non ha trovato alcun posto, forse domani.

Allora Abu Khaled ha detto:

“Abu Hamza, per piacere, porta tutte le donne e i bambini a casa mia per questa notte. Penso che gli uomini si possano arrangiare. Vorrei avere posto per tutti voi, ma sapete, la casa è già piena di sfollati. Possiamo tenere le donne e i bambini qui finché non vi organizzate.”

E così è stato. Tutte e trenta le donne con i bambini sono venute a pernottare a casa di Abu Khaled. Non chiedetemi come hanno fatto, senza materassi né coperte e senza abbastanza spazio. Ci sono riuscite. 5760. Inverno, vento e acqua (Winter, wind and water)

Le urla di Abeer mi svegliano alle due del mattino. Sta cercando di svegliarmi. Si era alzata per andare in bagno quando ha avvertito l’acqua sotto ai piedi. Ha acceso la luce del telefonino e ha visto acqua dappertutto. Si è inzuppata una metà del mio materasso, la mia coperta è fradicia, la stanza è allagata, e l’acqua ha raggiunto il salottino. Abbiamo svegliato tutti, e ci siamo messi a cercare la falla. Abbiamo tentato di asciugare il pavimento. Abbiamo scostato il mio materasso e la coperta. Per fortuna l’acqua non è arrivata oltre alla mia roba, altrimenti sarebbe stata una catastrofe. Non so come avremmo fatto a procurarci le coperte e i materassi asciutti necessari per undici persone. Condivido il materasso di Abeer, largo 60 cm, e la sua coperta.

Dopo abbiamo appurato che le cose erano andate così: le piogge erano cadute pesantemente la notte scorsa, e l’acqua era entrata dal terrazzo.

Al mattino ho fatto la spola tra le associazioni non-governative, nella speranza di rimediare un materasso e una coperta. 

Ho anche acquistato del miele per mio nipote, Hisham, quello che si è preso l’epatite. Mio fratello ha montato la sua tenda su un piccolo spiazzo a un chilometro di distanza da dove sto io. Quello spazio ristretto ospiterà almeno trenta tende. Arrivato lì mi trovo sommerso dalla folla e dal rumore; c’è un andirivieni febbrile. Molte persone cercano di porre coperte e materassi sopra alle loro tende per asciugarle. Asciugarle…Una parola…se la pioggia non dà segno di smetterla! Le tende del piccolo campo, inclusa quella della famiglia di mio fratello, sembrano annegare nell’acqua piovana. 

Dovrò procacciare altri materassi, altre coperte. Non so come fare. Non ho idea a chi rivolgermi. Migliaia e migliaia di tende che affogano sotto la pioggia. Che cosa deve fare la gente? Chi li aiuterà? Più di mezzo milione di persone che si ammollano sotto alla pioggia. Tutte queste tende sono servite a poco o a nulla. Svolazzano, poverine, lacerate dal vento e dalla pioggia.

Dappertutto donne e bambini che piangono. Gli uomini si aggirano increduli, inermi, stremati, esausti, tristi, pieni di rabbia, impotenti, inseguono i brandelli delle loro tende di qua e di là. Tentano di rammendarle come possono. E intanto soffia il vento, cade la pioggia.

Lì per lì mi è riapparso il mio disagio, molto ridimensionato. Ma cosa ho da lamentarmi? Dopotutto posso ancora condividere il materasso largo 60 centimetri con Abeer, dormire sotto alla coperta asciutta. Ho ancora un tetto di cemento sopra la testa. Vedete, sono fortunato. Solamente, mi domando, dovrei sentirmi grato??63. A Rafah (In Rafah)

Sono le 2 del mattino, me ne sto seduto sul mio materasso e non riesco a prender sonno. Il mio pensiero è fisso su ciò che sta per accadere, sulla minaccia di un’invasione di Rafah con le truppe di terra. Negli ultimi giorni sono aumentati i bombardamenti e le raffiche dell’esercito israeliano contro Rafah.

In prima serata tutto sembrava tranquillo e silenzioso, quando colpi e attacchi aerei più intensi hanno interrotto il silenzio. Raffiche e bombardamenti su Rafah City. Quanta gente sarà morta o sarà stata ferita? Quante case saranno state distrutte da questi attacchi?  Non lo so. Lo saprò domani dai giornali, se non sarò uno dei morti.

Non so cosa sta succedendo. È iniziata l’invasione di Rafah? Procederanno, nonostante tutti gli avvertimenti del mondo, che evidenziano il rischio di nuovi, gravi massacri da parte degli israeliani? Non lo so. So soltanto che sono terrorizzato, incapacitato, e che non posso farci nulla.

I bombardamenti, gli spari e gli attacchi dal cielo continuano mentre scrivo queste parole.

Quando ho aperto il laptop mezz’ora fa pensavo di parlare d’altro. Volevo scrivervi una cosa che avevo sentito dire da un bambino, di una domanda che gli ho sentito fare a suo padre.

“Papà, perché non smettiamo di mangiare, così diventiamo sempre più piccoli, abbastanza piccoli da tornare nella pancia della mamma, e poi tu la porti fuori da Gaza e lei ci fa nascere in un posto sicuro dove non ci sono bombe? È possibile?”

Aveva chiesto il bambino. 

Eravamo 5 uomini che hanno sentito il bambino, tutti uomini adulti. Siamo rimasti esterrefatti, nessuno di noi è riuscito a dire nulla.

I bombardamenti, gli attacchi aerei e le sparatorie intense continuano, e io adesso mi prendo una pausa per raccontarvi questo episodio; non si sa mai…64. L’ultimo rifugio / l’ultima risorsa (The last shelter / the last resort)

“I civili non saranno colpiti. Non è nostra intenzione fare del male ai civili. Questa è una guerra contro i terroristi. Tutti i civili devono lasciare la città di Gaza e la zona a nord di Gaza e spostarsi nella zona centrale e a sud, a Khan Younis e a Rafah. Questi sono i rifugi sicuri.”

Più di un milione di persone sono state evacuate dalla maggior parte della città di Gaza e dal nord verso la zona denominata ‘rifugio sicuro’.

La zona centrale, il sud, Khan Younis e Rafah. Ma erano davvero zone sicure? I bombardamenti e gli attacchi aerei seguivano gli spostamenti dei civili, lasciando una scia di migliaia di morti ed enorme distruzione.

Un mese dopo, tutti i civili della zona centrale furono obbligati a spostarsi a sud, a Khan Younis e Rafah, zone sicure, rifugi sicuri.

La gente era fuggita dalla zona di mezzo, senza niente, costretta ad andarsene per sopravvivere. Avevano visto quello che succedeva a chi non abbandonava la città di Gaza e il nord della Striscia.

Ma Khan Younis e Rafah non erano affatto più sicuri. Ulteriori uccisioni, bombardamenti, attacchi e sparatorie perseguitavano i profughi, lasciando ancora una volta una scia di migliaia di morti e moltissima distruzione.

Un mese dopo tutti i civili avevano dovuto abbandonare Khan Younis e andarsene a Rafah. Rafah è un posto sicuro.

Più dei due terzi della popolazione della penisola di Gaza si erano riversati su Rafah. L’ultima risorsa, l’ultimo posto sicuro per la popolazione civile di Gaza. Erano veramente al sicuro? Le bombe, le sparatorie, gli attacchi aerei inseguono la gente, lasciandosi dietro migliaia di morti e un’enorme distruzione.

Ieri notte: soltanto un esempio di quello che succederà a Rafah. 162 persone uccise in 2 ore, come al solito la maggioranza sono donne e bambini.

La gente è rimasta bloccata e paralizzata. È gente che non ha assolutamente nessuna scelta.

La città aveva cominciato a cambiare da quando avevano cominciato a parlare dell’invasione di Rafah; il mercato già meno affollato, meno venditori ambulanti per le strade, e non c’è nessuno in giro dopo che si fa buio.

In casa, più che altro, si parla di cosa fare, dove andare. Restiamo qui? Ci spostiamo di nuovo? Ma dove andiamo? E chiudiamo sempre la conversazione senza una risposta.. Siamo paralizzati.

Tutti quelli che incontro fanno sempre le stesse domande: che fate, restate? State pensando di lasciare Rafah? Dove pensate di andare?

Non lo so.

Abbiamo chiamato nostra figlia Salma, che adesso è in Egitto. Per più di un quarto d’ora non ha fatto altro che piangere, aveva paura per noi, e anche noi abbiamo paura. Lei ci fa le stesse domande, e noi non riusciamo a darle risposta alcuna.

Non lo sappiamo.

Perché un essere umano deve vivere queste situazioni orrende? Perché?

Rafah è l’ultima città, l’ultima possibilità. Poi c’è il confine con l’Egitto; il confine con i suoi muri alti, coi suoi chilometri di filo spinato e le sue molte torri di controllo, nessun accesso.

Adesso si parla di manovre militari a Rafah. Dove andrà la gente?

Le storie terrificanti da Gaza, dal nord, dalla zona centrale e da Khan Younis lasciano la gente in preda a un panico costante, insopportabile.

La gente non sa cosa fare, dove andare.67. Lungo la strada (On the Road)

Andando dalla zona di Junaina a est di Rafah, dove vivo adesso – attraversata la strada principale di Rafah – verso Tel Al Sultan, a ovest di Rafah, ci sono circa undici chilometri dal confine con Israele verso il mare. La strada passa attraverso il mercato principale. Ci sono negozi aperti su entrambi i lati della strada; sul marciapiede in alcune parti della strada, e sul tratto pedonale al centro della strada ci sono migliaia di venditori ambulanti. Non c’è più nessuna automobile normale, neppure un taxi. Camion, grandi veicoli generalmente riservati alle merci o agli animali, sono diventati dei normali mezzi di trasporto. Ogni veicolo contiene come minimo 50 o 60 persone, alcune sedute sul bordo del camion e molti in piedi nello spazio vuoto al centro. Come tanti altri anch’io uso questo tipo di trasporto e, sistemandomi al mio posto, osservo intorno a me i venditori ambulanti per la strada, le facce dei passeggeri sul camion, e ascolto la gente che parla.

La maggior parte delle conversazioni riguarda la fine di questa guerra. Ci sarà presto una tregua? Ne abbiamo avuto abbastanza. Abbiamo perso abbastanza. Un uomo si lascia prendere dallo sconforto.

A: Perché non ci uccidono tutti in una volta? Perché 200 al giorno? Perché 300 al giorno? Perché non ci uccidono tutti e mettono fine alle nostre miserie?

B: Secondo me lo farebbero molto volentieri. Sognano il giorno in cui non ci sarà più nessun palestinese a Gaza o in tutta la Palestina.

C: È tutta colpa di Hamas. Da quando ha preso il controllo di Gaza non abbiamo mai avuto un giorno di pace.

D: Sì. La loro non è stata resistenza. La resistenza che è a causa di queste uccisioni, danni e distruzione non è resistenza.

E: D’accordo, ma gli israeliani sono molto più terroristi di Hamas.

B: Senza dubbio. I crimini degli israeliani nei nostri confronti non si sono mai fermati, a partire dal 1948 e anche da prima.

F: Qualcuno sa dove posso trovare un pacco di alimenti o dove posso iscrivermi per riceverlo?

G: Molte organizzazioni non governative li distribuiscono.

H: Bisognerebbe conoscere qualcuno. Sono tutti corrotti. Rubano tutti gli aiuti e li vendono a noi. Non li vedete questi venditori per le strade? Non vendono altro che cose fornite per gli aiuti.

I: Hai ragione.

J: UNWRA la fa la distribuzione di farina per il pane?

K: Sì, adesso stanno facendo la distribuzione per le famiglie di sette persone.

J: Nella mia famiglia siamo in cinque.

K: Dovresti aspettare allora. Potrebbero cominciare a occuparsi delle famiglie di cinque persone nelle prossime due settimane.

J: Come facciamo a vivere? Cosa mangiamo in queste due settimane?

Silenzio.

Un uomo seduto in mezzo al camion ha una faccia conosciuta. Gli dico:

“Ciao! Non sei lo zio dei miei cugini?”

Lo zio: “Sì, Hossam. Ti sei dimenticato di me”.

“No, non mi sono dimenticato, ma tu sei cambiato”

Lo zio: “La guerra ci ha cambiati tutti quanti.”

“Hai ragione”

Lo zio: “Dove abiti adesso?”

“Ho affittato un appartamento a Junaina. E tu?”

Lo zio: “Io sto in una tenda a Tel Al Sultan. Lo sapevi che Waleed, il figlio maggiore di tuo cugino, è stato ucciso?”

“Oddio no, non lo sapevo.”

Lo zio: “Come mai? È stato ucciso più di un mese fa ormai.”

“Dove? Come?”

Lo zio: “A Gaza. Era uscito in cerca di farina per il pane quando è stato preso di mira da un drone. Gli hanno sparato, è morto subito.”

“Sono molto dispiaciuto. Ho perso i contatti con i miei fratelli, le sorelle e i cugini a Gaza, diversi mesi fa. Riposi in pace.”

Zio: “Prenditi cura di te e della tua famiglia”

Poi ha chiesto all’autista del camion di fermarsi.

Zio: “Sono arrivato a destinazione. Mi ha fatto piacere vederti e spero di vederti di nuovo.”

Se n’è andato e mi ha lasciato triste e arrabbiato. Non ho parole. Ieri ho saputo che il fratello del marito di mia sorella e suo figlio sono stati uccisi anche loro, a Jabaliya. Quante altre persone saranno uccise? 

Quante saranno abbastanza per gli israeliani? Se fossero vampiri dovrebbero averne avuto già abbastanza del nostro sangue. Ma forse non sarà mai abbastanza per loro, fino a quando non ci vedranno tutti morti.68. Lo Sfregiato (Scarface)

18 Febbraio 2024

“Guardatevi in faccia per uno shekel!” Un bambino al mercato tiene in mano un pezzo di specchio di 15 cm quadrati e invita la gente a guardarsi la faccia, oppure il corpo, per uno shekel.

No, non ci sono specchi da acquistare al mercato. Con un milione di persone che vivono in tenda, che non hanno niente, nessun modo di guadagnarsi da vivere, uno specchio è una cosa che proprio nessuno cerca o vuole, quando mancano il cibo, l’acqua, l’elettricità, il latte o i pannolini per i bambini, una lavatrice o un frigorifero, un materasso o una coperta, una porta per un po’ di privacy o una stanza da bagno, un forno per cucinare o un piatto per metterci dentro il cibo. Uno specchio è una cosa che si dimentica, e l’aspetto che si ha per gli altri è una cosa che non ha alcuna importanza.

Il ragazzino cerca di guadagnarsi da vivere offrendo un servizio molto raro. Io non ho visto la mia faccia da quando sono arrivato a Rafah né ho visto uno specchio. Ho chiamato il ragazzino, “Davvero ci guadagni offrendo questo servizio?”

“Sì, molta gente lo vuole, io guadagno almeno 30 shekel al giorno ($7.50)”

“Buon per te.”

“Lo vedi quell’uomo?” (Indica un uomo a venti metri da noi, che cammina nella direzione opposta.)

“Che ha fatto?”

“Si è guardato in faccia nello specchio e me l’ha restituito, ma non mi ha pagato niente, mi ha solo restituito lo specchio ed è andato via. Non l’ho fermato. Mentre si guardava allo specchio gli ho chiesto: “Cos’è quello?” Aveva un taglio sul viso a partire dalla fronte e giù fino al torace, un taglio lungo, brutto, ancora non guarito bene, una brutta cicatrice molto lunga. Credo che fosse dovuta ad una ferita oppure a uno shrapnel. Si è guardato la cicatrice e mi ha restituito lo specchio. Ho visto lacrime nei suoi occhi, quindi l’ho lasciato andare, non gli ho chiesto di darmi uno shekel.”

Io non ho detto niente. Ho preso lo specchio, mi sono guardato la faccia, che è diventata molto magra. Io mi rado senza specchio, quindi alcuni dei miei peli sul viso sono più lunghi degli altri, e la mia faccia sembra una cicatrice. Non ho pianto. Ho dato al bambino due shekels e ho continuato a camminare.73. Minore non accompagnato (Unaccompanied child)

27 Febbraio 2024

Oggi, ore 9:25, ho ricevuto una telefonata da un collega del Consiglio dei Rifugiati della Norvegia che chiedeva un aiuto immediato per un bambino non accompagnato. Mi ha detto: 

“C’è un bambino che hanno lasciato alla scuola di Yibna.”

In base a quello che aveva sentito, era stato portato alla scuola dall’ICRC.

“È una cosa della massima urgenza!”

Ho provato a farmi dare ulteriori informazioni, ma il mio collega sapeva solo un nome, e aveva informazioni molto limitate. Il bambino era stato completamente solo per le strade per undici giorni, dopo aver lasciato l’ospedale di Shifa a Gaza più di un mese prima. I suoi genitori erano stati uccisi lì. È molto magro, e si pensa che soffra di grave malnutrizione.

Ho un membro del mio staff, un esperto, alla scuola di Yibna, e ho provato a chiamarlo. Ma da quando è iniziata la guerra a Gaza le comunicazioni sono diventate molto difficili. Non volevo aspettare. La scuola di Yibna è a venti minuti a piedi. Mentre camminavo continuavo a cercare di contattare il mio collega. Sono arrivato alla scuola trasformata in rifugio in un quarto d’ora, sono andato direttamente all’ufficio della direzione e mi sono presentato come un funzionario per la protezione dei bambini appartenente al Centro di Sviluppo MA’AN. Per fortuna sapevano chi ero e cosa facevo.

Non c’è stato bisogno di chiedere del bambino, era lì nella stanza, seduto su una sedia, che mangiava un po’ di  riso e dei fagioli cotti. Mangiava come se non avesse mai mangiato in vita sua, come se fosse l’ultima volta che avrebbe mangiato. Ho distolto lo sguardo da lui, non volevo che si sentisse osservato.

Mi sono rivolto al direttore del rifugio: “Avete chiamato l’ufficio per la protezione del bambino, presso il Ministero dello sviluppo sociale?”. 

E il direttore: “Lo dovevamo fare?”

“Questa è la prima cosa che avreste dovuto fare. Il Ministero è responsabile per i bambini non accompagnati; lo accompagneranno al SOS Village.”

Ho chiamato il reparto per la protezione dei bambini e il signor Attaf, il direttore del centro, gli ha parlato del bambino. Entro pochi minuti avrebbero mandato una donna, responsabile per la protezione.

Il bambino ha finito di mangiare e ha cominciato a fissare il soffitto. Io gli sono andato vicino.

“Ciao, mi chiamo Hossam.”

Lui ha abbassato lentamente la testa, mi ha guardato e ha detto “Io sono Ahmad.”

“Da dove vieni, Ahmad?”

“Da Gaza.”

“Sei da solo, dov’é la tua famiglia?”

“Sono morti.”

Io mi sono bloccato, non ho potuto chiedergli più niente. Il bambino parlava con un tono piatto, senza nessuna emozione, nessuna reazione.

“Come sei arrivato qui?”

“Li hanno uccisi tutti, sparati.”

Silenzio…

“Siamo andati via dall’ospedale di Shifa, vicino al lungomare, ci hanno sparato, mia madre, mio padre, mio fratello più grande, c’era gente che correva da tutte le parti, e io ho corso, corso, corso!”

Silenzio…

“Hai una famiglia a Rafah? Zii, zie?”

Lui mi ha guardato, poi ha guardato il soffitto, senza parlare per un po’. Io ho continuato ad aspettare senza dire niente.

“Ho dormito per la strada, a Nuseirat, a Zawaida, a Dir Al Balah. Avevo paura. Ma non ho più paura adesso, ho freddo.”

“Ti darò una giacca adesso e le scarpe..” (Non aveva le scarpe, e i suoi piedi erano molto scuri, quasi neri. Spero che sia solo sporco e non altro).

“Ascolta, una signora gentile arriverà adesso dal Ministero. Sarà lei a occuparsi di te. Va bene così?”

Silenzio…

“Ok.”

“Ti fa male da qualche parte?”

“Sì, la testa, le gambe, lo stomaco.”

“Non preoccuparti, ti portiamo in ospedale per un controllo, d’accordo?”

“Non all’ospedale di Shifa!”

“No, non all’ospedale di Shifa!”

“Ok.”

Non so proprio che cosa abbia passato questo bambino. Non so per quanti giorni abbia camminato. Non so per quante ore abbia camminato. Non so quali incubi abbia avuto. Non volevo continuare a parlarne con lui.

Ha rivolto di nuovo la testa verso il soffitto. Io sono rimasto senza parole. Ha bisogno di uno psichiatra specializzato, e non volevo correre il rischio di fare le domande sbagliate.

“Vuoi un po’ di the, the caldo?”

Ha mosso la testa, come per dire “sì”.

Il direttore del centro di protezione è stato bravo, mentre parlavo con il bambino. È uscito ed è tornato con una giacca e delle scarpe. Le ha date a me, e io le ho date ad Ahmad, che le ha prese e ha cominciato a mettersele. Nessuna reazione, movimenti meccanici senza alcuna reazione.

È arrivata la responsabile per la protezione del Ministero, si è presentata e ci ha mostrato il suo tesserino. Io mi sono fatto da parte per darle lo spazio per fare il suo lavoro. Poi sono andato via.

Oggi ho chiamato il Ministero per avere notizie di Ahmad, si stanno occupando di lui. L’hanno portato in ospedale. Era effettivamente denutrito, e gli hanno dato dei supplementi. Poi l’hanno portato al SOS Village, un’organizzazione che si prende cura degli orfani e dei bambini non accompagnati. È in buone mani per il momento.

Cominceranno a cercare se ci sono dei parenti stretti, per cercare di farlo tornare nella sua famiglia, altrimenti resterà al SOS, almeno per il momento.

Fino ad ora SOS ha ricevuto 66 bambini non accompagnati. Quanti bambini come Ahmad ci sono, che non hanno ricevuto nessun aiuto e adesso sono stati lasciati da soli? Chi lo sa?79. Una volta avevamo il Ramadan (We used to have Ramadan)

11 marzo 2024

Il mese del Ramadan per i musulmani è un mese molto speciale e importante. I musulmani di tutto il mondo lo celebrano in molti modi e tutti i musulmani digiunano dall’alba al tramonto. Chi non lo sa?

Anche a Gaza avevamo un mese di Ramadan e iniziavamo a prepararci con diversi giorni di anticipo.

Compravamo decorazioni speciali e le appendevamo per le strade e nelle case.

Compravamo lanterne speciali fatte apposta durante il Ramadan per i bambini.

Facevamo il Qatayef (una pasta molto dolce ripiena di noci e miele) o la compravamo, durante il Ramadan.

Preparavamo pasti speciali e invitavamo sorelle, fratelli e amici a mangiare e festeggiare insieme il mese del Ramadan.

Uscivamo per fare il pasto del tramonto sulla spiaggia, se il Ramadan cadeva d’estate, oppure al ristorante, se cadeva d’inverno. 

Spendevamo più soldi nel Ramadan perché il pasto del tramonto è composto da molti piatti diversi, più che in qualsiasi altro periodo dell’anno.

Dopo il pasto del tramonto i bambini scendevano in strada con le loro lanterne del Ramadan per festeggiare, giocare e competere su chi avesse la lanterna più bella.

Due ore prima del tramonto portavamo i figli al mercato per fare la spesa per la sera, ma soprattutto per fare passare il tempo fino al tramonto.

Durante il Ramadan le famiglie si fanno visita, e si scambiano doni tra parenti e amici più che in qualsiasi altro periodo dell’anno.

Durante il Ramadan la gente è più disposta a dare, così i poveri ricevono maggiori elemosine.

I bambini amano il Ramadan e lo aspettano, soprattutto perché è seguito dalla festa dell’Eid, una delle due feste principali per i musulmani.

Facevamo il Ramadan e dopo il pasto del tramonto, tutte le famiglie restavano incollate davanti ai televisori a guardare le soap opera prodotte apposta per il Ramadan.

Oggi è il primo giorno di Ramadan.

Non ci sono le decorazioni del Ramadan.

I bambini non hanno le lanterne del Ramadan.

Le famiglie non hanno abbastanza cibo.

Non ci sono mercati per acquistare cose o far passare il tempo prima del tramonto.

Non si fanno visite a famiglie o amici.

Non si scambiano doni.

I poveri non hanno nessuno che faccia loro la carità, tutti hanno bisogno di carità.

Oggi è il primo giorno di Ramadan e non ci sono ristoranti per mangiare al chiuso, nessuna spiaggia per mangiare all’aperto al tramonto.

Il Ramadan è arrivato e non c’è elettricità, quindi niente TV e niente soap opere da guardare.

Avevamo il Ramadan, ma quest’anno non c’è il Ramadan.

Ci hanno rubato il Ramadan. Hanno rubato il piacere e il divertimento ai nostri figli. Ci hanno rubato la vita.

82. Parlo di me (Talking about me)

15 marzo 2024

Mi chiamo Hossam, avrò 56 anni il prossimo luglio. Sono sposato con Abeer, la mia amata moglie, e abbiamo una bella ragazza, Salma, di 23 anni.

Sono nato palestinese a Gaza; non l’ho scelto. Sono cresciuto in una grande famiglia povera, non ho scelto neanche quella. Mio padre è un po’ istruito; mia madre no. Non li ho scelti, ho semplicemente accettato tutto questo.

Sono cresciuto rendendomi conto che siamo sotto l’occupazione di strani soldati che parlano una lingua strana nelle nostre strade. Fermano le persone per la strada, le perquisiscono, le umiliano, le arrestano. Mio padre ci avvertiva di non avvicinarci ai soldati. Perché? Non lo so. E da bambino non capivo perché e cosa stesse succedendo. Pensavo che questa fosse la vita, e che fosse così in tutto il mondo. A quel tempo, da ragazzo, per me tutto il mondo era la città di Gaza. In effetti, tutto quello che conoscevo erano alcune strade di Gaza City. Quindi non avevo un’opinione.

A sedici anni volevo andare in Israele, molte persone lo facevano. Quindi, ho preso un taxi per Tel Aviv. Era così semplice nei primi anni ’80. Tel Aviv, che città! È così grande, così bella, così pulita. Edifici alti, negozi scintillanti, spiagge brillanti, auto nuove, semafori, marciapiedi colorati! Perché Gaza non era come Tel Aviv? Non lo sapevo. A Tel Aviv ci sono persone, persone normali, sì, che parlano una lingua strana, ma persone normali. Perché non possiamo vivere lì? Perché loro non vivono con noi a Gaza e in Cisgiordania? Perché dobbiamo avere un permesso per entrare a Tel Aviv? Perché non possiamo vivere insieme?

Sembrano umani come noi, noi sembriamo umani come loro.

Sono cresciuto ancora e ho capito che un’occupazione militare significa schiavitù e nessun diritto per le persone occupate.

Poi, quando ho lavorato in Israele per cinque anni dal 1985 al 1990, mi sono reso conto che siamo i benvenuti lì finché siamo obbedienti, sotto occupazione. Siamo bravi, purché accettiamo di essere lavoratori a buon mercato senza diritti. Quindi siamo trattati bene, come uno schiavo buono o un simpatico animale domestico.

Non potevamo accettarlo. Nel 1987 ci fu la prima Intifada, una rivolta pubblica contro l’occupazione. Ha assunto diverse forme; lanciare pietre ai soldati, scrivere graffiti anti-occupazione sui muri, dare fuoco a pneumatici di auto in mezzo alle strade per impedire il passaggio dei veicoli dell’esercito e chiedere il boicottaggio dei prodotti israeliani.

Questo movimento è stato accolto con una terribile violenza; hanno sparato contro migliaia di giovani, li hanno uccisi e arrestati. 

Io ero uno di quei giovani, e sono stato arrestato nel 1992 per nove mesi, accusato di avere protestato contro l’occupazione e di aver lanciato pietre contro i soldati.

(Nel 2012, ero andato negli Stati Uniti. All’arrivo all’aeroporto di Washington DC, sono stato fermato dal controllore dei visti che mi ha chiesto se fossi mai stato arrestato. Avevo scritto la risposta nella domanda di visto, quindi lo sapeva. Ho risposto di sì, e lui mi ha chiesto, perché? Ho detto, perché ho lanciato pietre ai soldati israeliani nel 1992. Lui mi ha chiesto se fosse saggio lanciare pietre contro una mitragliatrice, e io ho detto che mi sembrava molto saggio in quel momento. Ha riso e mi ha fatto entrare.)

Nel 1993, sono stato coinvolto nel teatro e nel lavoro umanitario. La mia vita è cambiata. Ho deciso di continuare a resistere all’occupazione come individuo, con le mie parole, con la mia recitazione sul palco, con i miei sforzi per aiutare le persone bisognose e per portare la consapevolezza della nostra causa in Europa e in qualsiasi altro posto che potessi raggiungere. Per tutta la mia vita da allora ho denunciato la violenza. Non posso vederla come soluzione di nessun conflitto o disaccordo. Eppure, per tutte le nostre vite siamo stati esposti a gravi violenze da parte dell’occupazione, tutti i tipi di violenza, uccisioni, ferite, arresti, fame, privazione dei bisogni umani di base o dei diritti umani, e siamo stati trattati come nullità, come fossimo meno che delle persone, meno  che degli esseri umani.

Terrorismo! Cos’è il terrorismo se non l’occupazione?! Cos’è il terrorismo se non bloccare le persone ai posti di blocco, privandole della loro identità?!

La prima volta che ho viaggiato all’estero è stato in Spagna nel 1995. Non avevamo ancora il passaporto palestinese. Invece avevamo qualcosa chiamato “Laissez Passer” (Lasciapassare) emesso dalle autorità israeliane: Nome, numero di identificazione, foto, data di nascita e nazionalità: Non identificata.

Questo è esattamente quello che c’era scritto dopo l’indicazione della nazionalità: Non identificata.

È stato uno shock, mi ha fatto male, è stato umiliante, era ingiusto e lo è ancora.

Ho capito qualcosa di più con l’arrivo dell’Autorità Palestinese, quella corrotta. Siamo stati liberati? I soldati sono usciti da Gaza? No! Sono lì a Nitzareem Junction, a sud di Gaza City, con i loro carri armati, le pistole e i posti di blocco. Sono lì ad Abu Holy nel mezzo della Striscia di Gaza, con i loro carri armati, le pistole e i posti di blocco e le torri di osservazione armate. Sono lì all’incrocio di Rafah e hanno ancora la piena autorità di consentire o impedire a chiunque di entrare o uscire.

Ancora una volta tutto è nelle loro mani. Le nostre esportazioni, importazioni, viaggi, movimenti, tasse, acqua, elettricità, comunicazioni, sono tutti controllati dall’occupazione israeliana.

Rendermi conto che questo è stato il risultato degli accordi di Oslo mi fa sentire ancora più umiliato.

Nel 2000 la seconda Intifada iniziò di nuovo una rivolta contro l’occupazione. Questa volta alcuni palestinesi avevano armi e le hanno usate. Hamas cominciò a fare attacchi terroristici e attentati suicidi. E gli israeliani, come se stessero aspettando soltanto che accadesse questo, fecero ritorsioni che non avevano limiti; bombardare, uccidere, chiudere interi quartieri, fare posti di blocco, arrestare migliaia di persone.

Perché pensano che una nazione debba accettare di essere schiava per sempre? Perché non si rendono conto che l’unica soluzione è liberare le persone in modo che possano decidere e determinare la loro vita e il loro futuro da soli?

E ora sono arrivato a vedere Hamas prendere il controllo di Gaza, con le stesse pratiche di corruzione, anche peggiori, di quelle dell’Autorità Palestinese. In più, trattano le persone con una chiara discriminazione. Se non sei di Hamas, sei uno straniero. Censurano i discorsi. Quante volte i giovani hanno protestato chiedendo l’unità tra Gaza e la Cisgiordania, tra Hamas e l’Autorità Palestinese, solo per scontrarsi con la mano di ferro di Hamas?

Sono arrivato alla conclusione che il principale autore della creazione di Hamas è l’Occupazione stessa. La politica israeliana negli ultimi diciassette anni è stata quella di mantenere Gaza e la Cisgiordania separate in modo da minare qualsiasi possibilità di unità, e lo sviluppo di uno stato palestinese. Per anni hanno permesso al Qatar di finanziare Hamas. Volevano che ci fosse Hamas per affermare che non possono negoziare la pace mentre c’è un’organizzazione terroristica che ha il controllo dei territori.

Ora sto assistendo alla completa distruzione della mia città, sto assistendo all’assassinio di più di 30.000 individui della mia gente, al ferimento di più di 70.000 persone, alla distruzione del 60% delle case della mia città. Sto vivendo la paura, il terrore, la fame, la carestia e la lenta morte di 2 milioni e trecentomila persone.

Negli ultimi giorni non mi sento affatto bene. Il minimo sforzo che faccio mi fa sentire stanco, esausto. Oggi al mercato c’era un tipo con delle bilance. Su un pezzo di carta c’era scritto: pesati per 1 shekel. L’ho fatto, peso 69 kg. L’ultima volta che mi sono pesato, prima della guerra, pesavo 85 kg. È un calo di peso grave, malsano, lo so, a causa del tipo di cibo che mangiamo; senza carne, senza pollo, senza pesce, senza frutta, senza noci e con acqua non potabile. Sì, sto male.88. Giornata Mondiale del Teatro (World Theatre Day)

27 marzo 2024

Oggi, 27 marzo, è la Giornata Mondiale del Teatro. Dal 1962 è stata celebrata dagli International Theatre Institute Centres, dai membri dell’IT Cooperating, da professionisti del teatro, organizzazioni teatrali, università teatrali e appassionati di teatro in tutto il mondo. Questa giornata è una festa per chi riconosce il valore e l’importanza della forma d’arte “teatro”. Funge da campanello d’allarme per i governi, i politici e le istituzioni che non hanno ancora riconosciuto il valore del teatro per la società e per gli individui e il suo potenziale per la crescita economica. La gente di teatro di tutto il mondo celebra questa giornata in modi diversi; alcuni vanno alle feste, alcuni continuano a esibirsi, alcuni fanno grandi celebrazioni con letture di opere teatrali e quest’anno con uno scritto appositamente preparato come omaggio da Jon Fosse.

Qui a Gaza io celebro questo giorno sognando. Sogno che quello che ci sta accadendo non sia altro che una tragedia di Sofocle o Euripide, un’opera teatrale che mira a portare le persone al livello di purificazione di Aristotele, e che finirà presto. E quando sarà finita ognuno andrà a casa. Non ci saranno stati morti, nessun bambino ucciso, nessun cittadino sfollato con la forza, nessuna casa distrutta, nessun albero sradicato, nessun confine chiuso, nessun bambino rimasto senza latte, nessun malato senza cure sanitarie, nessuna persona affamata senza cibo, nessuna donna assetata senz’acqua, nessuno studente tenuto lontano dall’università, nessun alunno senza scuola, nessun atleta senza struttura sportiva, nessun intellettuale senza centro culturale, nessun teatrante senza teatro.

Sogno che tutti questi bombardamenti ed esplosioni e gli orribili suoni dei droni facciano parte degli effetti sonori di questa rappresentazione. Sogno che tutta questa distruzione intorno a me, ovunque io guardi, faccia parte degli effetti speciali di questa messa in scena.

Sogno che tutte queste persone povere e magre, tutte queste povere donne e i bambini, magri e con i vestiti sporchi, facciano parte del coro dello spettacolo. Sogno solo di svegliarmi nel mio letto, a casa mia, con mia moglie e mia figlia Salma.

Io sogno.89. Cosa resta per noi? Cosa resta di noi? (What Remains for Us? What Remains of Us?)

29 marzo 2024

Ossa coperte dalla pelle e da qualche straccio sporco, facce non rasate da settimane, passi involontariamente lenti, teste chine, mani e facce sporche, piedi scalzi dei bambini. La disperazione è manifesta, è così chiara e spessa, riempie l’aria. Chiunque può sentirla, annusarla, toccarla. Disperazione che si muove, controllando l’atmosfera. Come se io diventassi una creatura vivente solo gridando forte, io prevalgo. Non c’è posto per niente se non per me, la disperazione.

Cosa ci rimane? L’occupazione di un esercito brutale, selvaggio e omicida su una terra condannata.

Uomini spezzati, donne sconfitte, bambini distrutti. Nessun passato, nessun futuro, ma il presente, il momento attuale; la sopravvivenza, se possibile, ma di sicuro non la vita.

È questo il popolo di Gaza? E io sono l’uomo che ero una volta? Ho vissuto? Per cinquantacinque anni? Ho avuto momenti buoni e cattivi come qualsiasi essere umano? Mi sono innamorato? Sono andato in spiaggia e là mi sono divertito? Ho bevuto un bicchiere di buon vino con amici cari? Sono diventato padre e ho vissuto tutte quelle onde di emozioni? Ho provato la tranquillità di avere una casa mia dopo trent’anni di duro lavoro? Ho viaggiato e incontrato nuove persone e ho goduto nuovi posti?

Lo so che l’ho fatto. Sono stato in Belgio lo scorso maggio, e in Svezia e in Giordania. So che mi sono divertito molto con nuovi e vecchi amici. So che ero così felice di incontrare il mio amico Jonathan dopo undici anni che non lo vedevo. So che mi è piaciuto molto scalare una montagna.

Ma perché non sento niente? Perché la mia memoria è piatta, senza emozioni? E anche i ricordi tristi non provocano nessuna  emozione? Cosa mi è successo? Quale parte di me mi è stata sottratta? Mi sento pesante, molto pesante, il movimento è pesante, il respiro è pesante. Porto un cuore molto pesante. Mi fa male dentro il petto.

Cosa resta di me? Il residuo di un essere umano. Cosa resta di noi? Alcune ossa coperte dalla pelle e forse un po’ di sangue nelle vene. Nessuna anima. Nessuna vita. Siamo vivi solo fino a nuovo avviso.91. In fuga (Escaping)

3 aprile 2024

In fuga: un uomo malato ha detto, “Mangio solo cibo in scatola. So che mi fa male e che sto morendo lentamente, ma è l’unico cibo che mi possa permettere”.

In fuga: Un marito ha detto “Ho divorziato da mia moglie e l’ho mandata dalla sua famiglia con il nostro unico piccolo. Non sono in grado di nutrirli.” (Ci sono stati migliaia di casi di separazioni dallo scorso ottobre.)

In fuga: Una moglie ha detto, “Mio marito è scomparso tre mesi fa, e pensavamo che fosse stato ucciso. Ma oggi qualcuno ci ha detto che è al Cairo! Mi ha lasciata sola con tre bambini.”

In fuga: Un uomo di mezz’età mi ha detto, “Io rubo, sì, rubo mobili dalle case bombardate, rubo aiuti alimentari. Ho bisogno di nutrire i miei bambini. Non provo nessuna vergogna.”

In fuga: Una giovane donna ha detto, “Mi darò a te per cinquanta Shekels, devo comprare latte e cibo per i miei genitori e per le mie sorelline.”

In fuga: Un padre ha detto, “Ho mandato i miei bambini a mendicare per strada, non ho lavoro, né soldi per nutrirli.”

In fuga: Una madre ha detto, “Ho lasciato la mia neonata vicino alla moschea e me ne sono andata. Spero che qualche anima buona si prenda cura di lei.”

In fuga: Una sposa ha detto, “Questo è l’ultimo pezzo d’oro che ho, il mio sposo me l’ha comprato prima di essere ucciso a Gaza. Per favore, dammi un prezzo buono, non ho nient’altro! Lui lo ha comprato per 1200$, il compra-oro ha detto che me ne avrebbe potuto dare 300$.”

In fuga: Il bambino ha fatto a pezzi i suoi libri in modo che sua madre potesse usare la carta per fare del fuoco e riscaldare del cibo.

In fuga: 200.000 abitanti di Gaza si sono registrati per lasciare Gaza.

In fuga: So che questa non è acqua sicura, mi ucciderà! Chi se ne frega?

In fuga: sto scrivendo ciò che sento, ciò di cui sono testimone, ciò che vedo, ciò che osservo.

Chi sono io per scrivere a voi? Cosa vi scrivo? Chi sono io per chiedervi di leggere quello che scrivo? Io sono solo un altro arabo, un altro palestinese, un altro qualche cosa da Gaza!

Non sono biondo, non ho gli occhi azzurri, non parlo la vostra lingua. Non mangio il vostro cibo, non pratico i vostri riti, non ho la stessa vostra religione, non vi assomiglio. Sono solo un altro palestinese.

E chi non lo sa che i palestinesi sono un peso inutile sulla Terra, che devono sparire, in modo che gli israeliani possano vivere in pace?

Il cinque per cento della popolazione di Gaza è stato condannato, la maggior parte degli edifici di Gaza è stata distrutta. In pochi anni tutto sarà stato fatto. La missione sarà compiuta.

Per Israele questa è l’unica soluzione: la Soluzione Finale.95. La mia collega (My Colleague)

9 aprile 2024

Ci sono pochissimi veicoli che lavorano a Gaza come taxi. Per spostarsi ci sono alcuni autobus, poche automobili e molti camion che trasportano persone da un posto all’altro. 

Dovevo andare a West Rafah per fare dei colloqui con i candidati al lavoro di consulenza nei progetti che gestisco al MAAN Development Center. Altri due colleghi devono collaborare con me come commissione d’esame. Dovrebbero arrivare da West Khan Younis, a soli 10 km da Rafah.

Per arrivare dalla città di Rafah a West Rafah (7 km) mi ci è voluta un’ora e mezza. Ho fatto metà della strada a piedi, dato che non c’era quasi nessun mezzo di trasporto. I candidati, che sono per lo più sfollati a Rafah, erano arrivati. Dovevamo iniziare alle 9:30, ma nessuno dei miei colleghi era arrivato, e ora sono le 10:30 e ancora nessuno è arrivato, e non sono riuscito a raggiungere nessuno di loro al cellulare. Ho chiamato il direttore esecutivo di MAAN per consultarlo sulla situazione e ha detto che non si possono fare i colloqui senza una commissione di tre persone. Ha ragione. Io sono il manager, ma c’è anche un tecnico (un supervisore consulente) e un esperto di risorse umane. Quindi, abbiamo dovuto rimandare i colloqui a un altro giorno. Mi sono scusato con i candidati. Non è stato facile, avevano fatto grandi sforzi per arrivare. Ci ho messo un po’ di tempo per rassicurarli che non avrebbero perso la possibilità di essere assunti.

Alle 10:50 è arrivata una collega. È una dirigente del programma, responsabile di diversi progetti, con molto personale sotto la sua supervisione. Sembrava molto stanca. Ha iniziato a scusarsi, spiegando come fosse stato quasi impossibile trovare un taxi e come avesse dovuto camminare per un’ora e mezza per arrivare qui. Improvvisamente, mentre parlava, ha iniziato a piangere, ha pianto forte. Le ho tenuto la mano, cercando di calmarla. Ha continuato a piangere e a parlare: 

“È troppo! Non ce la faccio più! Lascio i miei bambini piccoli che piangono ogni giorno, è troppo! Guarda le mie mani!”

Le sue mani avevano bruciature dappertutto.

“Devo preparare il pane e il cibo su un fuoco, cosa che non sono abituata a fare. Non lo so fare bene! Mio marito mi aiuta, ma è troppo, non siamo abituati! Porta l’acqua da un chilometro di distanza, abbiamo dovuto lasciare i nostri figli con mia suocera. Ma è malata, non può prendersi cura di loro. Sono stanca, ho bisogno di riposarmi!

Non c’è internet a casa nostra. Io vengo qui tre giorni alla settimana e ogni volta trovo centinaia di e-mail a cui devo rispondere! Il mio personale si lamenta, non trovano il tempo di riposare, mi hanno detto che arrivano a casa e dormono come sassi! È troppo!”

Continuava a parlare e a piangere, e ho iniziato ad avere anch’io le lacrime agli occhi tenendole la mano.

Si è seduta sulla sedia, ha impiegato qualche minuto per riprendere il controllo. Le ho dato dei fazzoletti.

Mi ha guardato e ha detto: “Grazie”.

Ho cercato di nascondere le mie lacrime e me ne sono andato.96. Sei mesi (Six months)

10 aprile 2024

Sei mesi?! Davvero sono già passati sei mesi da quando abbiamo perso le nostre vite normali? Dal momento in cui le nostre vite sono state congelate fino a un livello letale? Sei mesi da quando abbiamo perso il nostro passato e il nostro presente? Sei mesi da quando abbiamo smesso di pianificare il nostro futuro?

Sei mesi da quando la macchina per uccidere dell’esercito israeliano ha attraversato i nostri corpi come un coltello passa attraverso il burro.

Sei mesi di paura, panico, sangue, morte, distruzione, danni alle case e alle anime.

Sei mesi di carestia, sete e malattia.

Sei mesi da che i morti giacciono sepolti ovunque tranne che nei cimiteri.

Sono sei mesi che a Gaza tutti i sentimenti e le emozioni umane sono ridotti alla paura, alla tristezza, alla rabbia, alla perdita e alla disperazione, senza altri sentimenti.

Sei mesi e 33.360 persone massacrate a sangue freddo, più di 15.400 delle quali sono bambini.

Sei mesi e 75.993 esseri umani feriti, sanguinanti, amputati e privi di alcun trattamento sanitario adeguato.

Sono sei mesi che non riesco a tornare a casa mia.

Sono sei mesi che conservo la chiave della mia porta d’ingresso, chiedendomi quando potrò usarla.

Sono sei mesi che non posso incontrare i miei fratelli e le mie sorelle che sono a Gaza e nel nord.

Sono sei mesi che i miei fratelli e le mie sorelle non possono vedere la loro vecchia madre malata.

Sono sei mesi che gli uomini non hanno lavoro.

Sono sei mesi che i bambini sono diventati venditori ambulanti invece di andare a scuola.

Sono sei mesi che le donne chiedono l’elemosina per le strade.

Sono sei mesi che l’unico desiderio di 2 milioni e 300.000 persone è quello di riuscire a assicurarsi un pasto quotidiano e una tenda adeguata in cui passare la notte.

Sono sei mesi che il sonno di 2 milioni e 300.000 persone è disturbato dai rumori di esplosioni e bombardamenti, dal ronzio dei droni e dalle loro paure vecchie e nuove.

Sono sei mesi che 2 milioni e 300.000 persone non sognano di notte, ma hanno solo incubi che li svegliano e disturbano il loro sonno.

Sono sei mesi che 2 milioni e 300.000 persone sperano di dormire per una volta in pace e tranquillità.

Sei mesi… C’è una fine a questo incubo?